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Cattive Acque: ovvero come la DuPont…

…ha inquinato il mondo. L’elemento chimico artificiale, il PFOA, nella sua variante C-8, cioè con 8 atomi di carbonio, meglio conosciuto come Teflon, scoperto per caso mentre si stava lavorando al Progetto Manhattan (leggi bomba atomica) -per farla breve il rivestimento usato per le padelle, si ritiene che «sia potenzialmente presente nel sangue di ogni essere presente sul pianeta, incluso il 98% degli esseri umani».
È quanto si legge nelle taglines finali del film Cattive acque, diretto da Todd Hynes, ma prodotto e interpretato dalla star ambientalista Marc Ruffalo.
La storia, tratta da un articolo inchiesta di Nathaniel Rich L’avvocato che è diventato il peggior incubo della Dupont e pubblicato sul New York Magazine nel 2016, narra appunto la vicenda dell’avvocato Rob Billot/Ruffalo (l’Hulk degli Avengers), appena diventato socio di un importante studio di Cincinnati, che si vede costretto a difendere un allevatore di bestiame di uno degli stati più poveri americani, il West Virginia. In un primo momento riluttante: «Io sono un avvocato d’azienda… le difendo le aziende!»; prende a cuore la cosa, quando vede di persona il comportamento strano delle mucche, molte già morte, per causa dell’acqua del fiume dove si abbeveravano e dove il colosso chimico DuPont, versava rifiuti tossici.
Il film, un legal thriller, dall’impianto solido, si inserisce nell’elenco con i vari Tutti gli uomini del Presidente, The Post, Insider, fino anche a Erin Brokovich; e come è d’obbligo del cinema statunitense, il confronto con il colosso chimico e in pratica con i liquami del sistema, spinto «da uno spirito educativo doveroso»(1), è in grado di elevare anche il valore delle immagini nell’eterna lotta tra le multinazionali (il gigante) e il David di turno: «Vogliono farci credere che ci proteggono, ma non è così».
La class action, contro la DuPont e l’influenza da Teflon (così venne definita dai media), che ne seguì, vide la multinazionale obbligata a versare oltre 600 milioni di dollari alle persone danneggiate nel fisico e nel portafoglio.
Man mano che la storia prosegue, si percepisce sempre di più la tensione che serpeggia anche all’interno delle famiglie coinvolte -non svelerò il finale, anche se è facilmente intuibile: la Dupont in pratica diverse volte ha dovuto allentare i cordoni della sua borsa.
«L’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente ha definito, nel 2006, il Pfoa come ‘probabile cancerogeno’: un’etichetta che non lascia spazio a interpretazioni diverse e che ha trovato conferma, nel 2010, in uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della britannica University of Exeter e pubblicato sulla rivista Environmental Health Perspectives»(2).
Come succede spesso, di diverso parere è l’Efsa, l’autorità Europea per la sicurezza alimentare già nel 2008, sancì che gli elementi inquinanti (presenti nelle nostre vite in molte forme diverse), non hanno niente a che fare sulla salute della popolazione europea, non riconoscendo così gli effetti negativi; mentre nel film l’avvocato all’inizio della lotta processuale viene a sapere che l’esposizione a tali inquinanti sarebbe «come ingoiare una bottiglia di plastica intera!».
Tornando al film, Ruffalo, ha dichiarato in un’intervista che «per me è stato un modo di prendere la mia forma d’arte e non essere politico, ma umano»(3). Da qui possiamo trarne una sorta di morale che è anche: «l’aspetto più inquietante della storia: nonostante le sentenze, nonostante le morti, la DuPont ha continuato dritta per la sua strada, quella del profitto»(4).
Non solo ma, rapportando il tutto alla realtà di oggi, con l’umanità intera che sembra camminare sulla lama di un coltello, anche facendo riferimento all’epidemia di coronavirus (del quale cercherò di parlarne a breve), e le crisi ambientali, è semplice, scontato, ma non banale affermare che stiamo davvero navigando in cattive acque.

 

Nota dell’Autore
dove non specificato le citazioni sono tratte dal film.

Note:
1. https://www.mymovies.it/film/2019/cattive-acque/
2. https://ilsalvagente.it/2017/01/10/dupont-costretta-a-risarcire-il-pfoa-e-cancerogeno/
3. https://hotcorn.com/it/film/news/cattive-acque-storia-vera/
4. idem

altre fonti:
https://www.comingsoon.it/film/cattive-acque/57905/recensione/

credit:
https://www.mymovies.it/film/2019/cattive-acque/poster/0/

Richard Jewell: The Suspect

«Il potere può trasformare un uomo in un mostro». La frase, non una tagline, è soltanto una citazione, insieme a questa: «Sei stato accusato da i due organi più potenti del mondo, il governo degli Stati Uniti e i Media». Il film è Richard Jewell, diretto dall’inossidabile Clint Eastwood, che molti critici considerano come conclusione della trilogia dell’eroe iniziata con Sully (2016) e Ore 15:17 -Attacco al treno (2018).
In realtà, invece, il film al quale dovrebbe essere accostato è American Sniper (2015), tratto dalla storia, vera, di Chris Kyle il cecchino più letale che vantava il maggior numero di uccisioni di tutta la storia Americana.
Sebbene Kyle, soprannominato Leggenda non sparava a zero, nell’ultima opera di Eastwood, è il governo Usa che compie tale modalità di tiro, sparando ad altezza uomo, accusando l’agente della vigilanza in quanto «chi trova la bomba è il primo ad essere accusato, come chi trova un cadavere»!
Il film di Eastwood, ispirato da un articolo a firma di Marie Brenner, American Nightmare: The Ballad of Richard Jewell e dal libro The Suspect di Ken Alexander e Kevin Salwen, racconta la storia di un altro personaggio «nascosto nelle pieghe della realtà»(1), anche se, secondo me, sarebbe più corretto volgere lo sguardo al sistema. Durante le Olimpiadi di Atlanta nel 1996, un terrorista piazzò una bomba all’interno del Centennial Park, causando la morte di due persone e il ferimento di altre cento. Richard, ex vice sceriffo, a volte incolpato dai colleghi per eccesso di zelo, tanto da rendersi quasi ridicolo, segnala lo zaino, contenente l’ordigno, alla polizia e agli altri agenti della security che sorvegliano il parco.
Per primo inizia a far sfollare la gente, ma proprio mentre le persone stanno evacuando, la bomba esplode e sarebbe stata una carneficina senza l’intervento di Jewell che così diventa l’eroe. Le drammatiche immagini restano ancor più nella mente perchè il regista filma la scena portando la Macchina da Presa quasi a sfiorare il pavimento, cioè facendoci assistere al tutto come se i nostri occhi fossero quelli dei feriti a terra.
Giornali e TV se lo contendono, addirittura un editore gli commissiona un libro. Ma il quarto d’ora di notorietà dura molto meno e il passaggio dalle stelle alle stalle è subito servito: un articolo della giornalista Kathy Scruggs, arrampicatrice senza scrupoli, sbatte il mostro in prima pagina e così Richard, secondo fonti del Federal Bureau of Investigation (FBI), diventa il sospettato numero uno!
In un attimo si passa al linciaggio mediatico e non solo, addirittura gli accusatori, in un interrogatorio farsa, usano il poligrafo, ma Richard, l’attore Paul Walter Hauser, supera anche questa prova sempre affiancato dal suo avvocato, l’attore Sam Rockwell, che riesce a capire che il tempo intercorso tra le due telefonate dell’attentatore, era troppo breve affinchè un uomo che soffre di obesità come Richard (morto poi d’infarto a soli 44 anni), potesse coprire la distanza tra i due telefoni pubblici.
L’FBI, nelle vesti dell’agente incaricato, ammette l’errore, ma per il sistema bisogna trovare per forza un capro espiatorio e allora nasce la teoria del complotto: Richard Jewell deve per forza aver avuto un complice!
Sebbene mancassero pochi anni all’11 settembre, incomincia già a delinearsi la paranoia propria dei centri di potere; in pratica il sistema può girare la frittata come gli pare: JFK venne ucciso da un solo attentatore, e non si dovette mai parlare di complotto, mentre adesso che il principale indiziato viene scagionato, ci deve essere per forza un altro attentatore! L’eroe per caso Richard Jewell, come gli altri protagonisti dei vari film di Eastwood, vince la sua battaglia, dimostrando che «in un’epoca in cui le versioni della verità si confondono»(2), Clint Eastwood, ex pistolero solitario «ci mette in guardia contro il rischio di trasformare il mondo in un stato (perenne, nda) di polizia»(3).

Note:
1. https://ilmanifesto.it/richard-jewell-un-invisibile-fra-le-pieghe-della-storia
2. https://www.mymovies.it/film/2019/the-ballad-of-richard-jewell/
3. idem

altre Fonti:
https://www.comingsoon.it/film/richard-jewell/57950/recensione/
https://www.mymovies.it/film/2019/the-ballad-of-richard-jewell/news/chiude-la-trilogia-sui-veri-eroi-americani/

credit:
https://www.mymovies.it/film/2019/the-ballad-of-richard-jewell/poster/0/

L’Alien mai visto

È da poco disponibile on line la mia terza videointervista condotta da Dario Sanfilippo, regista e curatore del canale YouTube: Misteri Channel Show.
Nella rubrica Midnight Special, si è parlato della saga del film Alien, a 40 anni dall’uscita del primo cult movie realizzato da Ridley Scott nel 1979.
Dall’uscita di quest’ultimo, la fantascienza cinematografica soprattutto, non sarebbe stata più la stessa.

link: https://www.youtube.com/watch?v=Xjjjr6ir3tA

Di Alien oltre al primo, indimenticabile film, si contano 3 sequel, 2 prequel, e addirittura due cross-over con l’altra grande saga: Predator.

Il giorno, la storia e… gli Ufo!

L’altro ieri, 17 dicembre, è andata in onda sul canale Rai dedicato, la puntata quotidiana de Il Giorno e la Storia, un programma di Giovanni P. Fontana. Uno dei servizi, pochi ma esaurienti minuti, riguardava gli Ufo.
Con il sottofondo musicale, la colonna sonora della fortuna serie SciFi X-Files, la voce narrante così ha esordito: «17 dicembre 1969, viene improvvisamente archiviato dall’aviazione militare Usa il programma di investigazione sugli Ufo». Oltre 12.500 segnalazioni, per oltre un decennio il Project Blue Book è stato promosso e sostenuto dall’amministrazione americana. La scelta di chiudere il programma fu perchè mancavano, sempre secondo il governo Usa, «prove attendibili».
Per l’approfondimento interviene il direttore di Avvenire Marco Tarquino, il quale commenta che nel ’69 scoprimmo la Luna e ci dimenticammo degli Ufo, «ma loro non si sono dimenticati di noi», coniugando il fenomeno ufo con il cinema e il web. Ricorda che, recentemente, «è rimbalzata una storia, secondo la quale, il Pentagono avrebbe nascosto prove di oggetti volanti non identificati sui cieli d’America e non solo (omissis) questo significa che non dovremmo smettere di indagare anche se investigazioni come quella che vennero condotte in quegli anni ormai lontani si sono dimostrate inutili o almeno sono state secretate, in modo tale che noi giornalisti non ve la racconteremo mai». Di seguito la voca narrante riprende con l’affermare che i resoconti e le prove sono conservati nella base USAF di Wright-Patterson in Ohio.
Il servizio si conclude con una breve intervista all’astronomo Carl Sagan che insieme al collega Frank Drake(1), concepirono la famosa targhetta che fu installata sulla sonda, lanciata tre anni prima, Pioneer 10: «una sorta di biglietto da visita intergalattico», con diversi dati riguardanti, l’uomo, il nostro sistema solare, la sua posizione, ecc.
Cosa possiamo leggere tra le righe di questo breve, ma intenso reportage? Innanzitutto il Project Blue Book, aperto ne 1947, anno di nascita dell’ufologia moderna e all’indomani della WWII, aveva a capo il famoso scienziato Josef A. Hynek, che messo lì per sfatare il fenomeno, alla fine fu costretto a cedere all’evidenza dei fatti tanto da comparire in un cameo nel finale del film Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (S. Spielberg, 1977). Poi c’è il triangolo governo, media, ufo: tutti gli avvistamenti Ufo, veri o presunti tali, vengono smentiti dai media, asserviti al potere e ai vari governi. Innanzitutto è bene chiarire che il termine UFO, non è stato inventato dagli ufologi, ma dalla stessa Marina Statunitense, che ormai da settant’anni, cioè dal famoso incidente di Roswell (New Mexico, 1947), dovette dare un nome ai continui avvistamenti di OGGETTI Volanti non Identificati. Il termine oggetto descrive un qualcosa di visibile, di consistente al tatto e che occupa uno spazio fisico: e allora perché ogni volta che un avvistamento arriva al grande pubblico, in tv compare un qualsiasi esperto che solo perché è autorizzato a parlare, afferma senza mezzi termini che quell’oggetto, l’UfO, non esiste?! È quantomeno una contraddizione in termini, è come dire Bottiglia Volante non Identificata, e affermare poi che la bottiglia non esiste!
Infine, se da una parte si denota, una certa apertura, da parte di alcuni governi che stanno aprendo i loro archivi, dall’altra, la possibilità del disclosure, secondo me, non avverrà mai perché, i poteri forti, quelli che stanno molto al di sopra dei vari governi nazionali, e che fanno capo all’ormai famigerato Nuovo Ordine Mondiale, non vogliono che il fenomeno Ufo, sia considerato reale.

Per chi volesse vedere la puntata, questo è il link:
https://www.raiplay.it/video/2019/12/persone-eventi-ricorrenze-del-17-dicembre-c01fae7f-99f2-4499-9052-f54de8fa9c27.html

Nota:
1. Frank Drake è famoso per aver ideato una formula matematica, speculativa, che è utilizzata per calcolare il numero di civiltà intelligenti, esistenti nella nostra galassia. Negli anni questa formula è stata ulteriormente ripresa per calcolare le civiltà aliene presenti in tutto l’universo.

credit: immagine tratta dal filmato © Rai.

La creatura di Atlantide e… Darwin!

«Chi combatte i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se guarderai a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te». Questa è la tagline (un’aforisma di F. Nietzsche) con il quale inizia il film Cold Skin -La creatura di Atlantide, diretto dal regista spagnolo Xavier Gens nel 2017 e andato in onda qualche sera fa sul quarto canale della Rai, disponibile sulla piattaforma digitale e in Home Video. Tratto dal romanzo di Albert Sánchez Piñol, La pell freda (2002), scrittore e antropologo spagnolo, mi è servito da spunto per scrivere il testo che segue.
Le considerazioni in esso contenute, sebbene trattasi di argomento ostico, se dovessero dimostrarsi in un futuro, più o meno lontano, veritiere, è possibile che potrebbero spingere le conoscenze umane proprio sull’orlo di un abisso. La teoria dell’evoluzione umana, infatti, è una sorta di diatriba, lungi ancora dall’essere accettata unanimamente da tutta la comunità scientifica, anche alla luce di ciò che i revisionisti, stanno scoprendo negli ultimi anni: «Darwin si è sbagliato», si legge su un vecchio libro, all’inizio del film.
Lo stesso Wallace, al quale viene riconosciuta la paternità, accanto a Darwin, della selezione naturale, ma deliberatamente mai menzionato, sostenne che «non ivi è la causa onnipotente, assolutamente bastevole, unica, dello sviluppo delle forme organiche»; poi continua: «un esame onesto e inflessibile delle forze della natura ci dice che ad un certo periodo della storia della Terra ci fu un atto di creazione, un dono alla Terra di qualcosa che prima non aveva posseduto, e da quel dono, il dono della vita…»(1).
Ma come si è giunti a concetti che possano far vacillare, la teoria dell’evoluzione della specie? Cosa non prese in esame, a suo tempo, Darwin?

Il Troodon a destra, a sinistra la teorica evoluzione

«Il paleontologo Dale Russell, suggerì nel 1982 un percorso evolutivo ipotetico che avrebbe potuto seguire il Troodon, un dinosauro bipede predatore, se non fosse completamente sparito nell’estinzione di massa del Cretaceo, 65 milioni di anni fa. L’idea venne accolta con scetticismo, anche se alcuni scienziati l’hanno ritenuta stimolante a livello congetturale»(2).
Nel film di Gens, le creature, che si trova ad affrontare il protagonista, hanno caratteristiche morfologiche intrinseche; se una o più colpiscono l’essere umano, sono considerate malformazioni, o almeno danno da pensare: vediamole in dettaglio.
Pterigio: la crescita di una sotto palpebra nell’occhio, come la membrana nittitante presente negli occhi degli anfibi e rettili, in particolare.
Cauda: un’escrescenza in zona lombare come una piccola coda (non tutti i primati hanno la coda, nda).
Microtia: quando il padiglione alla nascita si presenta malformato e/o di piccole dimensioni. Le cause sono dovute ad una trasmissione ereditaria e nei casi più complessi ad una mutazione genetica.

Ittiosi

Ittiosi: sono un’ampia ed eterogenea famiglia di disordini della cheratinizzazione che fanno apparire la pelle come fosse coperta da squame, screpolata ed inspessita (wikipedia).
Il cervello Rettiliano (tronco dell’encefalo), del quale la scienza non ha ancora ben definito il funzionamento, è il più antico, è la sede degli istinti primari, delle funzioni corporee, del territorio, della conquista e della difesa, dei comportamenti che riguardano l’accoppiamento.
I rettili, creature a sangue freddo, hanno solo questa parte.
La sindattilia: è un’anomalia congenita che consiste nella fusione di due o più dita delle mani o dei piedi, è detta anche mano a cucchiaio o piede palmato (più raro). Le cause di tale malformazione non sono del tutto conosciute, possono essere cause ereditarie, meccaniche, vascolari o cattive condizioni materne durante la gravidanza, intorno alla settimana settimana di gestazione la mano, inizialmente a forma di paletta, dà origine alle dita, se la separazione non avviene, la mano e/o il piede rimarranno palmati (wikipedia).
È possibile poi speculare su altri aspetti della questione, considerando ad esempio:
il DNA spazzatura: solo il 1,5% dei geni che costituiscono il patrimonio genetico sono stati codificati, cioè attivi, mentre il restante 98,5% non è stato codificato. Finora è stato reputato inutile e per questo definito “spazzatura”. Ultimamente sono stati analizzati i dati di mille genomi, scoprendo varianti genetiche (mutazioni) nella parte spazzatura.
Infine, non può mancare il Mito: gli uomini rettile o uomini serpente sono creature leggendarie menzionate nella mitologia e nel folklore di varie culture, aventi fattezze di un rettile umanoide (come il Troodon).
In epoca moderna sono presenti anche nella fantascienza, come nel film Il mostro della laguna nera (J. Arnold, 1954), nell’ufologia e nelle teorie del complotto. Nell’opera di Gens, alla creatura viene dato il nome di Aneris, che è solo la parola “sirena” scritta al contrario e «molte sono le testimonianze e i rapporti anche ufficiali (segreti) di strane creature, come le sirene, avvistate in tutto il mondo», come ho scritto qui. Inoltre la creatura sembra avere proprietà taumaturgiche come in La forma dell’acqua (G. Del Toro, 2017) e può accoppiarsi con l’uomo come in Splice (V. Natali, 2009).
«Ci sono verità che meritano la nostra attenzione e altre che meritano di essere ignorate». Io, logicamente non posseggo la verità, ma alla luce di quanto esposto nemmeno gli scienziati ce l’hanno perchè, in ultima analisi: «La genesi dell’uomo, le cronache delle prime civiltà, l’intera cronologia del pianeta devono essere riconsiderate sotto una nuova luce. E quella luce viene da mondi lontani»(3).
Quindi il dilemma è plausibile o quantomeno spiazzante: nell’evoluzione umana cosa c’entra la scimmia?

 

Note:
1. http://www.filosofiaescienza.it/wallace/
2. https://it.wikipedia.org/wiki/Uomo_rettile
3. https://www.macrolibrarsi.it/libri/__lerrore_di_darwin.php

Le citazioni dove non specificato sono tratte dal film

Fonti:
https://www.studiopsicologiarubbini.it/index.php?option=com_content&view=article&id=15&Itemid=145
https://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/15_aprile_04/nuova-luce-ruolo-dna-spazzatura-72ef7f9e-daaa-11e4-8d86-255e683820d9.shtml
https://www.ibs.it/errori-di-darwin-libro-jerry-a-fodor-massimo-piattelli-palmarini/e/9788807104572
http://www.filosofiaescienza.it/wallace/
https://it.wikipedia.org/wiki/Uomo_rettile

Credit:
http://www.blueswan.it/?option=com_content&view=article&id=245
https://websky.pro/homo-saurus-59/
https://www.osservatoreitalia.eu/torino-bimbo-affetto-da-ittosi-arlecchino-abbandonato-in-ospedale-dai-genitori/

Light of my life: un’avventura d’amore

La prima parte del titolo (Luce della mia vita) è una frase tratta dall’Andromaca, opera teatrale scritta da Euripide, mentre la restante potrebbe essere benissimo la sintesi del film scritto, prodotto, diretto e interpretato da Casey Affleck (fratello minore del più famoso Ben).
Nelle interviste, disponibili su vari siti specializzati, è lo stesso Casey a dichiarare che ha iniziato a pensare alla storia già dieci anni prima, quando i suoi bambini erano ancora piccoli, evidenziando quindi il rapporto tra genitori e figli -in particolare del distacco tra un padre e la figlia femmina (come nel film), descrivendone l’amore reciproco. Invece per quanto riguarda l’avventura, non si può definire tale perchè è più pertinente parlare di sopravvivenza. I due protagonisti, padre e figlia (C. Affleck e la sorprendente Anna Pniowsky), sono costretti a vagare in un mondo semidesertico, dopo una sorta di apocalisse, dovuta ad un virus che ha sterminato quasi tutta la popolazione femminile della Terra e, per questo motivo, il padre deve cercare di difendere, nascondendone il sesso, la figlia undicenne dalle predazioni degli altri uomini. Inoltre il lavoro di C. Affleck, per ovvii motivi, può essere considerata un’opera che contiene in essa quasi una denuncia, nell’epoca del #Me To, al femminicidio. Nei dialoghi, spesso serrati, si denota un marcato riferimento alla moralità e all’etica e si intravede una flebile luce alla fine del tunnel: sopperire alla mancanza di donne, clonando quelle poche rimaste in vita. Il cinema, in particolare di fantascienza, spesso si confronta con storie distopiche, quando cioè per causa propria o per cataclismi naturali, il mondo viene presentato allo stremo. I pochi superstiti sono costretti quindi a vagare, spesso senza meta se non quella di trovare un posto tranquillo ove rifugiarsi, in un mondo spoglio, tetro e dove il vivere quotidiano, è intriso di tristezza e malinconia. È ciò che si prova guardando Light of my life. Il viaggio, se così si può dire, è una sorta di lenta agonia, dove la desolazione però non è tanto per il mondo che cade a pezzi, ma piuttosto la desolazione intima dell’essere umano, una situazione disperata che colpisce peggio di un pugno nello stomaco.
Diversi sono i film più o meno simili, come in The Road (J. Hilcoat, 2009), dove un intenso Viggo Mortensen, protegge e prepara il figlio a quando egli non ci sarà più; con le atmosfere e un impianto simile a I figli degli uomini di A. Cuaròn (2006) qui invece l’umanità si trova sull’orlo del baratro perché le donne non possono più procreare.
Il film inizia con una lunga sequenza, in cui all’interno di una tenda, alla luce, fioca, di una lampada il padre racconta le favole della buonanotte alla figlia. L’intento è chiaro: far distrarre la ragazzina dalle pene quotidiane, imbrigliando la mente per cercare di alleviarle il tormento che lentamente affiora nel conscio, mettendo in discussione proprio il rapporto fra padre e figlia: scopriranno che sono femmina, se tu (il padre) morirai, che ne sarà di me? Quest’ultima locuzione potremmo quasi definirla come una sorta di pessimismo cosmico, dove le sofferenze della ragazzina, che si appresta ad entrare nell’età della pubertà, sono le nostre paure ancestrali, quando siamo costretti a pensare al nostro, poco roseo, futuro. Nei flash back, impostati come in Io sono leggenda (F. Lawrence, 2008), per lo più incentrati sulla moglie poco prima che si ammalasse e morisse, Affleck, lo concepisce quasi come una velata richiesta d’aiuto: che ne sarà di me, di noi, riuscirò a proteggere nostra figlia?
A volte penso che se dovesse succedere mai un cataclisma, una catastrofe, qualcosa di apocalittico, se fossi o meno in grado di cavarmela. Saprei trovare un posto in cui stare tranquilli, riuscirei a trovare il cibo tra tanta miseria e sarei in grado di proteggere i miei cari? E l’acqua, i medicinali?
L’opera di Affleck, seppur a fatica -manca l’azione, immagini statiche ad aumentare la claustrofobia della vita randagia nei boschi, ai margini della città e quindi della civiltà, scivola lenta fino al finale, senza colpo di scena, senza il tripudio di scene spettacolari, ma con un semplice abbraccio e sono sicuro che, tutti quelli che hanno assistito o assisteranno alla proiezione, penseranno a questo gesto di affetto universale.

Fonti e Credits:
www.mymovies.it

Gemini Man e la clonazione

In principio (inizio non a caso) fu la pecora Dolly, clonata nel 1996, monitorata per alcuni mesi, dai suoi creatori, gli scienziati del Roslin Institute a Edimburgo in Scozia, che nel febbraio del 1997, diedero la notizia al mondo, che rimase a bocca aperta. Da allora la clonazione è diventata argomento di accese discussioni, soprattutto per quanto riguarda i risvolti etici che naturalmente sono impliciti. Dopo Dolly, che visse pochi anni, sono stati clonati altri mammiferi: topi, gatti e cavalli.
La clonazione, o meglio la tecnica utilizzata per clonare un organismo da un altro è questa: la cellula di un organismo adulto viene svuotata del nucleo e sostituito da quello di un altro essere che si vuole clonare.
Gli studi sono iniziati già nei primi anni cinquanta con la clonazione di alcune rane. Poi agli inizi dell’anno scorso, in Cina, è stata la volta di due macachi. Visto che la differenza tra l’uomo e gli altri primati è minima, molti si iniziarono a chiedere se si potesse allora creare un essere umano.
Fermo restando l’annuncio shock avvenuto nel 2002, da parte della Clonaid, laboratorio che fa capo ai Raeliani, un movimento religioso a carattere ufologico, i quali annunciarono che era stata clonata una bambina alla quale venne dato il nome di Eva. É quindi inevitabile che la clonazione rimandi alla creazione, in particolare al sesto giorno, il giorno in cui, secondo la Bibbia Dio creò l’uomo. L’argomento è stato spesso fonte di ispirazione per il cinema di fantascienza, tra gli altri, a partire dal 1978, anno di uscita del film I ragazzi venuti dal Brasile di Franklin J. Schaffner (autore fra l’altro de Il pianeta delle scimmie,1968), dove vengono creati 95 cloni di Hitler! Poi fu la volta del quarto capitolo della saga di Alien, appunto La clonazione (J-P. Jeunet, 1997), dove l’eroina Ripley, al secolo Sigourney Weaver, viene clonata in una stazione spaziale. Poi fu la volta di The Island (Michael Bay, 2005), in un futuro non molto lontano, in un isolato centro di ricerca, i cloni sono creati a spese dei super ricchi che così possono usufruire all’occorrenza di organi nuovi e allungare così la loro vita. Infine proprio Il Sesto Giorno (R. Spottiswood, 2000), con A. Schwarzenegger che, fuori dalla finestra della sua casa vede il proprio clone festeggiare il suo compleanno con tutta la famiglia, con tanto di cagnolino clonato.
Nel film di Ang Lee (premio Oscar per il film Vita di Pi, 2012, con la tigre realizzata tutta in digitale), invece è il veterano Will Smith, killer da poco a riposo, -capace di uccidere un uomo a 2 km di distanza con l’obiettivo che viaggia in una carrozza di un treno ad alta velocità, che si vede costretto a combattere con una versione più giovane di sé stesso. In pratica la star hollywoodiana, ripresa con la rivoluzionaria tecnica dell’High Frame Rate che sviluppa 120 frame per secondo, invece dei canonici 24, ha interpretato i due personaggi e poi, in post produzione, con l’ausilio della CGI e della tecnica della Performance Capture, è stato ricostruito il volto dell’attore ringiovanito. Nell’era del digitale quindi è possibile assistere ad esperienze visive che erano inimmaginabili anche solo 20 anni fa e quello che è stato realizzato per girare Gemin Man, ripete ciò che James Cameron si dovette inventare per Avatar (2009), creare prima la tecnologia e poi girare il film. Le scene d’azione sono sorprendenti, un realismo quasi perfetto, non solo per gli spericolati inseguimenti, ma soprattutto nelle sequenze di lotta corpo a corpo, nel faccia a faccia: se non sai che Junior, il nome del clone nel film, ha la faccia che è frutto di un lavoro al computer, non te ne accorgi.
A differenza di altre volte, non mi soffermerò sulla trama, non svelerò il finale (spesso è necessario), e il colpo di scena che anche qui non manca, ma è opportuno analizzare i risvolti che comporta questa nuova tappa della scienza. Lo stato dell’arte, come detto sopra è abbastanza avviato verso la soluzione finale, il guaio è che la scienza militare, che nella realtà è un paio di decenni avanti, cerca da anni, con esperimenti avanzatissimi di arrivare al cosiddetto Super Soldato(1). Per il momento la DARPA (l’agenzia per i progetti avanzati della Difesa Usa), sta sperimentando la stimolazione neuronale per avere militari più intelligenti, capaci di affrontare situazioni al limite delle possibilità umane.
E questo, secondo me, l’aspetto più inquietante, che rimanda alla clonazione; in primis, nel 1998, l’Unione Europea, ha stabilito che: «ogni intervento che cerchi di creare un essere umano geneticamente identico ad un altro essere umano, vivo o morto, è proibito»(2). Mentre una risoluzione del 2005 dell’Onu, invita gli Stati membri «a proibire tutte le forme di clonazione umana, dal momento che sono incompatibili con la dignità umana e la protezione della vita umana»(3). Un essere umano clonato si può definire tale? Certo avrebbe le nostre stesse necessità: respirare, mangiare, bere, crescere nella maniera migliore, forse anche procreare, ma esso come si sentirebbe dentro, cosa proverebbe? Avrebbe sicuramente una mente, ma avrebbe la coscienza, e infine come la mettiamo sul discorso relativo all’anima? Non è solo un discorso filosofico, il mio, ma pratico: per gli scienziati militari, sarebbe un sogno avere un esercito di cloni (vedi Star Wars), in grado di obbedire agli ordini senza discutere, affrontare il nemico senza paura, senza rimorsi, né provare alcun sentimento di pietà. Inoltre, la creazione di cloni per uso personale, non potrebbe essere più lontana dal film The Island.
Infine, inevitabilmente la clonazione, cammina di pari passo con l’immortalità: immettere nella mente di un clone, la nostra coscienza, per una sorta di vita forse quasi ultra centenaria. Ciò rende il nostro futuro ancora più incerto, fin quando gli scienziati non inizieranno ad usare la co-scienza, l’umanità già minacciata su diversi fronti, avrà un’altra grossa gatta da pelare.

Note:
1. Il concetto del Super Soldato è una delle sotto tematiche della fortunata serie SciFi X-Files.
2. https://www.lastampa.it/cultura/2018/01/26/news/e-mai-stata-tentata-la-clonazione-umana-1.3397227
3. idem

Fonti:
https://www.ilpost.it/2016/07/10/clonazione-pecora-dolly/
https://www.lastampa.it/cultura/2018/01/26/news/e-mai-stata-tentata-la-clonazione-umana-1.33972270
https://www.repubblica.it/online/scienza_e_tecnologia/embrione/clonaid/clonaid.html

Credit:
www.mymovies.it
https://www.focus.it/scienza/scienze/cellule-staminali-e-clonazione-di-tessuti-umani-64285

Il grido (inascoltato?) dell’Amazzonia

Ieri, in tarda serata è andato in onda, lo speciale del TG1, dal titolo: Il grido dell’Amazzonia, di seguito, un sunto.
«Un grido che cerca di svegliare l’indifferenza del mondo, un allarme che chiama a raccolta le coscienze, in pericolo non è solo il polmone verde della Terra, la più grande foresta pluviale rimasta, in gioco c’è il futuro del mondo».
«La Terra per noi Indios è sacra, la nostra lotta per difendere l’Amazzonia, dovrebbe essere la lotta di tutto il genere umano» (Marcivania Satere, attivista india).
«Fiamme che divorano decine di migliaia di ettari, milioni di alberi tagliati, agricoltura intensiva, invece della foresta (omissis), preludio a una siccità che stravolge, il volto del bacino idrografico più vasto del pianeta».
E poi gli Indios costretti a fuggire, sradicati dal loro habitat naturale e dai loro villaggi.
In Amazzonia vivono 33 milioni di abitanti, dei quali 3 milioni di indios, su una superficie di 7,8 milioni di kmq, grande quasi come l’Australia, che si estende su nove Paesi dell’America Latina, e rappresenta il 40% delle foreste tropicali della Terra, con il 15% della biodiversità.
Solo in Brasile sono andati distrutti, dal 1970 ad oggi, 800 mila kmq di foresta pluviale. Le cause sono presto dette, gli incendi, la deforestazione, lo sfruttamento minerario, la coltivazione della soia e del mais, il commercio del legname, la desertificazione, allevamenti intensivi di bovini.
Inoltre da quando si è insediato il Presidente Bolsonaro, da allora il numero dei focolai, che hanno mobilitato l’opinione pubblica mondiale, è letteralmente esploso: 95.506 incendi solo nell’Amazzonia brasiliana! E gli altri dati sui periodi precedenti sono altrettanto disastrosi: l’equivalente di 640 mila campi da calcio! Bolsonaro si difende con la più banale delle scuse dicendo che questi dati sono falsi e licenzia i responsabili della ricerca.
Papa Francesco, che ha indetto un sinodo che si svolgerà a breve, commenta: «Quel polmone di foreste è vitale per il nostro pianeta».
Gli ambientalisti si sono riversati in massa davanti alle ambasciate brasiliane in diverse città del mondo, ma anche tutti quelli che hanno a cuore il futuro del pianeta.
Ma difendere a spada tratta l’Amazzonia e l’ambiente, in Brasile, e andare contro i poteri forti, significa perdere la vita, almeno 28 sono stati gli omicidi, che aumentano a 300 negli ultimi 10 anni, colpevoli solo di essersi opposti alla pratica del disboscamento illegale! Le Mafie vogliono mettere le mani sulla foresta tropicale. Ritorna alla mente Chico Mendes, il rivoluzionario che difese le popolazioni indigene, sindacalista degli estrattori di caucciù e che venne brutalmente assassinato dai latifondisti, nel 1988. Suor Dorothy Stang, la religiosa americana, uccisa a 73 anni, nel 2005, un punto di riferimento per i contadini.
Le popolazioni locali, le più a rischio, sono costrette ad abbandonare i loro villaggi sulle rive dei fiumi, le loro capanne, le loro povere risorse, sotto la spinta dei roghi, dei disboscamenti, delle miniere e delle centrali idroelettriche, ma che vengono considerate da Bolsonaro come un ostacolo allo sviluppo e alla crescita del Brasile…
Infatti incendiare 1000 ettari di foresta è ricompensata con una cifra pari a 215 mila euro!
«Crimine e speculazione si alleano a spese delle popolazioni locali», che cercano di resistere per proteggere il loro stile di vita, e per questo vengono assassinati.
Ma il documentario a firma di Ignazio Ingrao, si occupa anche del problema della droga, che transita anch’essa lungo il fiume, dell’emergenza della tratta degli esseri umani, del traffico di organi, visto che per la maggior parte degli Indios non esiste un’anagrafe.
Una vera Apocalisse, e appunto mi viene in mente il capolavoro di Mel Gibson, Apocalypto, dell’incontro tra le popolazioni indigene e gli europei, quando tutto è cominciato e del racconto del curandero, che intorno al fuoco racconta una delle tante storie significative, sull’uomo e sul suo rapporto con la Madre Terra: «Lui (l’uomo, nda) continuerà a prendere e a prendere, finchè un giorno il mondo dirà, non esisto più e non ho più nulla da dare!».

Per vedere tutta la puntata: www.raiplay.it

Ad Astra: verso le stelle

Ad Astra è il finale di una frase latina («Per aspera ad astra»), che vuol dire “Attraverso le avversità, verso le stelle”.
La locuzione ricorda molto da vicino il capitolo finale dell’inarrivabile 2001: Odissea nello spazio, e cioè “Giove e oltre l’infinito”. Anche se nel film di James Gray (Civiltà Perduta, 2017, la recensione qui), la mèta è Nettuno l’argomento è  l’instancabile corsa del genere umano a voler andare sempre oltre.
Il sommo Vate, già secoli orsono scrisse: «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza»(1).
E proprio quest’ultimo concetto affliggerà l’essere umano fino alla fine dei suoi giorni. Se arriveremo dove nessuno è mai giunto prima, dove non si può andare più in là, potremo allungare il braccio oltre? Il film realizzato anche con la collaborazione di tecnici e astronauti della Nasa -lo stesso Brad Pitt, protagonista e produttore, ha intervistato(2) di persona uno degli astronauti tutt’ora presenti sulla Stazione Spaziale Internazionale, Nick Hague. I due hanno discusso, e in parte scherzato sull’assenza di gravità, ma anche sullo stress psicologico e fisico; aspetti chiave per la decifrazione del lavoro del regista statunitense. Infatti Roy McBride (B. Pitt), è introverso, a volte scollegato dalla realtà, introspettivo, riflessivo, quasi meditativo, soprattutto a causa della partenza del padre, il colonello Clifford McBride (Tommy L. Jones), pluridecorato, messo a capo, dallo United States Space Command(3), della missione LIMA, diretta verso Nettuno, alla ricerca di segnali di vita extraterrestre. Come succede nei film di fantascienza, soprattutto quelli speculativi, tipo 2001Interstellar e anche Solaris, qualcosa è andato storto: da anni non si hanno più notizie perché il padre di Roy, forse ancora vivo, ha iniziato a condurre esperimenti con l’antimateria. Risultato è il rilascio di una potente forza energetica, denominata “il Picco”, che attraversa tutto il sistema solare arrivando fino alla Terra in grado di provocare «una crisi di proporzioni sconosciute».
«Ci piace definire questo film il futuro della scienza, non fantascienza (omissis) ispirandoci a tutto ciò che oggi è presente nelle nostre vite» (4), è lo stesso J. Gray, che definisce in un’intervista così la sua opera, e chissà se veramente non ci sia un pericolo tutt’ora presente al limite del nostro sistema solare… Infatti la scienza ufficiale è «compartimentalizzata», in modo che seppur vicine due persone non sanno quello che sta facendo l’altro. Solo in questo modo possono essere salvaguardate le missioni Top Secret. Il comando spaziale così usa Roy, per stanare il padre, una missione quasi militare tipo «cerca e distruggi». Nell’ipotetico futuro del film l’uomo è diventato un «divoratore di mondi», la Luna è quasi completamente colonizzata (da non perdere la scena dell’inseguimento sulla superficie lunare con i rover), ci sono avamposti su Marte, altre basi sparse nel sistema solare, fino a Nettuno. Stavolta, però la Mission to Neptun, non sarà di salvataggio come nel film di Brian de Palma.
Ma il viaggio fino quasi ai limiti dell’eliosfera è lungo, e gli altri componenti muoiono uno ad uno, come se il padre uccidesse anche a distanza, alcuni uccisi anche da un babbuino cavia, in una scena che strizza l’occhio ad Alien (Il mostro dell’astronave), il recente Life e difatti il termine LIMA, nell’alfabeto fonetico, indica la “effe” come life.
Così Roy resta solo con sè stesso e paradossalmente sente il padre ancor più vicino sebbene siano a miliardi di miglia di distanza. Il film, seppur con enormi difficoltà da parte del protagonista arriva con una certa linearità fino alle sequenze finali dove sono racchiusi i concetti più interessanti e che giustificano il lavoro degli autori e la stimolazione, con scene spettacolari e a effetto sia dal punto di vista visivo che acustico, dello spettatore ansioso di arrivare all’atto finale.
Roy ritrova il padre nell’astronave (forse è lui il vero mostro), dove sono tutti morti e dove questi giocava a fare Dio: «Non mi è mai importato nulla di voi, di tua madre, di te, delle vostre piccole idee». Ora sono faccia a faccia, padre e figlio, una lacrima scende sul viso di Roy, che finalmente si può liberare dalla forma di ossessione, di rabbia, forse delusione, per essere stato abbandonato da bambino: «I figli pagano sempre per le colpe dei genitori». Nel tentativo di riportarlo indietro è però il padre che recide volontariamente il cordone ombelicale, che stacca la cima che li teneva uniti e Roy, è costretto, impotente, ad osservare il padre, che si allontana nell’abisso dell’infinito, e che finalmente anche se per pochi minuti esce a riveder le stelle.
La domanda: se gli esperimenti con l’antimateria creavano picchi di energia catastrofici, quando l’astronave esplode, l’antimateria viene a contatto con la materia, questo dovrebbe essere ancor più distruttivo. Potrebbe creare anche una singolarità, un buco nero, in grado di inghiottire tutto il nostro sistema solare?
La morale, nascosta, tra i pianeti e i due anelli di Nettuno: «A volte la volontà dell’uomo deve superare l’impossibile per cercare quello che la scienza ritenga non esista» e finalmente potremo dare risposta, riportata su un poster dentro la nave, alla domanda che ci è tanto cara: «Is there anyone out there? Yes, yes, yes?».

 

Nota dell’autore: le citazioni, dove non specificato, sono tratte dal film.

Note:
1. Divina Commedia, Inferno, canto XXVI, v.119.
2. https://www.youtube.com/watch?time_continue=237&v=Q8LYn1KtfOA
3. Originariamente creato nel 1985 per coordinare l’uso dello spazio esterne da parte delle forze armate degli USA (Wikipedia).
4.https://www.comingsoon.it/cinema/news/ad-astra-il-regista-james-gray-ci-parla-delle-sfide-affrontate-da-lui-e/n94713/

Fonti:
https://www.comingsoon.it/cinema/interviste/ad-astra-in-cerca-di-una-nuova-mascolinita-brad-pitt-protagonista-a-venezia/n93891/
https://www.fantascienza.com/25101/ad-astra-da-oggi-nei-cinema
https://www.fantascienza.com/25098/verso-le-stelle-con-l-astronauta-brad-pitt
https://www.fantascienza.com/25090/ad-astra-il-regista-james-gray-mi-sono-ispirato-ad-arthur-c-clarke-ed-enrico-fermi
https://www.filmtv.it/film/158291/ad-astra/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/ad-astra-e-il-terrore-che-viene-dallo-spazio-profondo/n95008/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/ad-astra-e-il-desiderio-di-non-essere-soli-ce-ne-parla-liv-tyler/n95002/
https://www.mymovies.it/film/2019/ad-astra/#recensione
https://www.altrimondi.org/riflessioni-biennale-cinema-2/
https://www.mymovies.it/film/2019/ad-astra/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/ad-astra-brad-pitt-intervista-il-vero-astronauta-nick-hague-nella-stazione/n94610/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/ad-astra-tra-scienza-e-fantascienza/n94805/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/ad-astra-un-emozionante-inseguimento-in-viaggio-sulla-luna/n94924/
https://www.comingsoon.it/film/ad-astra/54954/recensione/
https://www.filmtv.it/film/158291/ad-astra/

credit: Nasa

UFO: non di questo mondo

È disponibile da ora, una nuova puntata da me scritta per il canale You Tube Misteri Channel Show, ottimamente gestito dall’amico Dario Sanfilippo.
Negli ultimi giorni c’è stata una sorta di apertura nei confronti della questione UFO, da parte di diversi governi: Stati Uniti (e non poteva essere altrimenti), Francia, Russia, e addirittura una certa allusione da parte di Papa Francesco.
La foto che vedete a sinistra è tratta, per entrare nell’argomento, dal profilo Twitter del Presidente francese Emmanuel Macron.
L’intento è chiaro, ma consiglio di vedere la puntata, perché i risvolti ai quali siamo giunti (gran parte della comunità ufologica) sono quanto meno allarmanti.
Buona visione (qui).