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Il velo della discordia

il velo delle suore e l’Hijab islamico

Pochi giorni fa, a Bologna una ragazza di 14 anni, originaria del Bangladesh, dopo aver rifiutato il velo, è stata completamente rasata a zero, dai suoi familiari. La preside della scuola frequentata dalla ragazzina, ha avvertito i carabinieri e la Procura, ha tolto la ragazza alla famiglia. La notizia, ha creato immancabilmente sdegno tra la popolazione italiota, condannando come sempre più spesso accade la famiglia musulmana, la tradizione islamica, il velo, come simbolo di sottomissione della donna. E a proposito di simboli, a metà marzo scorso, una sentenza(1) della Corte di Giustizia Europea ha stabilito che non è discriminatorio proibire di indossare visibilmente, sul lavoro, simboli religiosi, ma anche politici e filosofici.
In pratica in Francia e in Belgio, donne musulmane sono state licenziate perché si sono rifiutare di togliersi il velo durante l’orario di lavoro. Quelli descritti non sono semplici fatti di cronaca, i media, come al solito hanno amplificato il tutto, con un rumore talmente assordante da confondere ancor di più le idee e le opinioni di una massa sempre più costretta a subire quanto gli viene rifilato, a volte senza cognizione di causa, purtroppo. Ma andiamo con ordine. Per quanto riguarda la storia della ragazza di Bologna, rasata a zero, si è detto quasi di tutto, addirittura accostando questa alla ben più tragica storia di Hina Saleem: come molti ricorderanno la ragazza pakistana, nel 2006, fu uccisa dal padre, dallo zio e da alcuni altri familiari, infliggendole venti coltellate, sgozzata ed infine sepolta nel giardino di casa, in provincia di Brescia. Onestamente a me sembra che tra le due storie, non sia possibile nessun tipo di paragone. Ma ciò, come vedremo, fa parte del gioco. Gioco che immancabilmente ha coinvolto, vari esperti che hanno detto tutto e il contrario di tutto senza dare una logica visione e, anzi, sostenendo che la religione, in questi casi non c’entra niente. Paradossalmente potrebbe essere anche vero, ma vero è anche il contrario perché quello che si vuol colpire, secondo me, sono appunto i vari credi religiosi. Ciò si evince  soprattutto da quanto stabilito dalla Corte di Giustizia europea che, non ha parlato espressamente di velo, come unico oggetto della discordia, ma di simboli, simboli religiosi in generale, compresi quindi anche quelli cristiani e conosciamo tutti i dibattiti parlamentari sul crocefisso. E se ci aggiungiamo anche i simboli politici (che non interessano minimamente a chi scrive) e i simboli filosofici, se ne conviene che l’intento della Corte di Giustizia è ben altro, eliminare tutto ciò che può essere segno di distinzione, di libera espressione, cercando così di appiattire, distruggendo le diversità, il comportamento e il pensiero umano, con tanti saluti alla tanto cara democrazia. Ma torniamo per un attimo al pomo della discordia.
Erroneamente si pensa che il velo (hijab), che circoscrive il volto, appartenga esclusivamente all’Islam, ma nella relativa pagina di wikipedia si legge che: «esiste in realtà ben prima di esso. Una legge del XII secolo a.C. nella Mesopotamia assira sotto il regno del sovrano Tiglatpileser I, rendeva di già obbligatorio portare il velo all’esterno a ogni donna sposata». Poi è arrivata la religione islamica e il Corano e quindi ci si riferisce a questo particolare tipo di abbigliamento femminile, che serve a coprire in maniera minima il volto della donna secondo quanto appunto sancito dalla giurisprudenza islamica. Il mondo occidentale ha da sempre stigmatizzato tale pratica, che assume toni aspri quando si prendono in considerazioni altri abbigliamenti femminili islamici, come ad esempio il famigerato burqa. Entrare ora nel merito della questione, descrivendo i vari tipi di veli, il giusto o non giusto, l’atteggiamento integralista dei musulmani, i motivi di sicurezza che, forse giustamente, ne dovrebbero limitare l’uso, è, secondo me, questione di lana caprina che non troverà facile soluzione, a meno che, non facciamo tutti un salutare bagno di umiltà e, come abbiamo fatto riferimento poco sopra a cenni storici, è opportuno leggere dal libro che è alla base della civiltà occidentale e che viene considerato Sacro da quasi un miliardo e mezzo di persone: la Bibbia. Senza ossessioni fideistiche e con mente aperta e coscienza serena leggiamo ciò che c’è scritto nella Prima Lettera ai Corinzi:

  • Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo.  Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra(11-3,6).

A scrivere, come tutti sappiamo è San Paolo che gli studiosi considerano il vero fondatore (secondo altri inventore), del Cristianesimo, quindi voce autorevole in questo caso e sì, avete letto bene, da questi pochi versetti si evincono due concetti fondamentali il primo è che ogni donna, quindi anche chi professa la fede cattolica, dovrebbe mettersi il velo, così come facevano le nostre nonne, se ricordate. Ma San Paolo, lascia comunque un’altra scelta chi non vuole mettersi il velo, si tagli i capelli!, così come hanno fatto i genitori della ragazza 14enne! Chiaro e semplice. Continuando si legge:

  • L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli(11-7,10).

Tralasciando ciò che il santo scrive della creazione e tutto ciò che ne può derivare dal punto di vista etico, sociale, ecc. il vero motivo del fatto che le donne devono coprirsi il viso, San Paolo ce lo dice alla fine del versetto 10: le donne devono necessariamente coprirsi il capo a motivo degli angeli. E qui ci sarebbe molto da dire sul VERO motivo per cui, a loro tutela, le donne dovrebbero coprirsi il capo. Se spiegassi ora tale frase, commetterei un grossolano errore perché non tutti hanno le conoscenze per capire ciò, per accettarlo e per comprenderlo per quello che significa veramente. Ma come sempre offro al lettore più aperto a certi concetti (che per altri sono incredibili o addirittura sconvolgenti), la possibilità, ma stavolta a loro rischio e pericolo, di approfondire quanto scritto sopra. Forse il velo ce l’abbiamo tutti noi davanti agli occhi, quel velo, costituito dall’ignoranza, che c’impedisce di vedere le cose come sono in realtà. E la realtà è molto cruda e nuda ma si nasconde subdola nella sentenza della Corte di Giustizia: il verbo del Nuovo Ordine Mondiale.

Note:
1. https://www.avvenire.it/mondo/pagine/la-corte-europea-l-azienda-puo-vietare-il-velo-islamico

Quando gli Déi…

Non sono mai stato un acceso simpatizzante dei supereroi, specie quelli in costume, in pratica tutta la categoria delle famose case americane di fumetti che hanno avuto l’onore della trasposizione cinematografica, a volte con sorprendenti successi e, oltre ad incassi favolosi, anche un buon riconoscimento dalla critica come ad esempio gli ultimi due Batman: Batman Begins (C. Nolan, 2005) e Il Cavaliere Oscuro (C. Nolan, 2008) quest’ultimo con la struggente, per così dire, interpretazione dell’antagonista Jocker affidata al compianto Heath Ledger, addirittura in odore di Oscar postumo.
Da appassionato di fantascienza (e mi è sembrato giusto aprire in questo modo la sezione), non credo che nella realtà tutto questo potrebbe funzionare, ci sono in giro già troppe maschere, inoltre sarebbe cosa più vicina alla fantasia, quella vera, e gli eroi dovrebbero mestamente ritirarsi a vita privata e come qualcuno ha detto: «se ne starebbero seduti sul divano in t-shirt e ciabatte, con una birra in mano a guardare la tv…».
Ultimamente però, il cinema sta proponendo tutta una serie di super-anti-eroi, dotati di particolari superpoteri che, in un certo senso, sembrano funzionare più degli altri. Senza andare troppo indietro nel tempo (Unbreakable di M. N. Shyamalan è del 2000), proprio quest’anno sono usciti due film con protagonisti super eroi per così dire diversi.
Anche se hanno sempre un passato oscuro e il loro tormento è figlio di precedenti catastrofi personali, essi, lungo il dipanarsi della vicenda riescono a riscattarsi solo in parte e sono costretti anche dopo la consacrazione da parte dei cittadini, addirittura a restare nascosti o fuggire per salvare chi gli sta più a cuore.
È il caso di Jumper (D. Liman) dove il protagonista, capace di teletrasportarsi in ogni luogo della Terra solo con la forza del pensiero, riuscendo così nella stessa giornata a fare colazione sulla testa della sfinge ed a surfare alle isole Fiji, è braccato da una sorta di confraternita segreta, i Paladini, che danno la caccia ai Saltatori da millenni: ladro di banche, per permettersi una vita agiata, scoprirà che dovrà difendersi anche dalla donna che lo ha messo al mondo, cosa che gli verrà rivelata dalla madre stessa (Paladina anche lei) che fu costretta a lasciarlo in tenera età, per non ucciderlo.
In Hancock (P. Berg) con un sempre bravo Will Smith, la situazione è un po’ diversa: dedito all’alcool ed a combinare troppi guai rispetto a quanto direttamente o indirettamente richiesto per salvare il malcapitato di turno, è costretto, suo malgrado, a rinunciare alla donna che ama per salvare la vita ad entrambi in uno dei finali più drammatici e sorprendenti; inaspettati in un’opera che dovrebbe rilassare più che interrogare lo spettatore.
Ed è questo il punto ed il nocciolo della questione. Vi starete chiedendo, ma tutto questo cosa centra con il conoscere per credere?
È presto detto. Anche se strutturalmente i film con i super eroi (in calzamaglia o meno) sono sostanzialmente simili, dal misconoscimento iniziale fino all’esaltazione finale, dove l’uso degli effetti speciali e della computer grafica, sebbene sempre più spinta verso orizzonti inesplorati, riesce ad essere parte integrante della trama, è proprio in essa e nei concetti palesemente o velatamente espressi che si nota la differenza con i film del recente passato.
Come abbiamo visto, in Jumper si parla di teletrasporto, addirittura senza l’uso di fantascientifici macchinari, ma anche di concetti espressi con termini più scientifici come portali dimensionali e wormhole da alcuni anni oggetto di studio da parte di numerosi scienziati che, nella finzione scenica, spingono al massimo i loro esperimenti come succede in X-Files I want to believe (C. Carter, 2008), e ancora confraternite segrete, segreti strenuamente nascosti e difesi, antiche leggende che fanno da filo conduttore con Hancock dove la magia cammina di pari passo con la scienza e la religione (cfr. Malanga pensiero).
Quindi testi sacri, Bibbia compresa, ma anche immortalità ed esperimenti forse eseguiti in un lontanissimo passato, ormai dimenticato, «quando gli dei camminavano sulla Terra»(http://alieniemisteri.altervista.org/ufo_nella_bibbia.htm).
Tutto ciò, e chiudo, porta alla morale finale e alla classica domanda che è la molla che spinge i ricercatori di frontiera ad andare avanti, domanda che è il bagaglio di chi con intelligenza viene, al cospetto di tali concetti, assalito dal dubbio, domanda, infine, già espressa da molti in vari modi: «se tutte queste cose non esistono, saremmo, solo con l’uso della creatività, veramente in grado di descriverle?».

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