Archives for : my diary

Berlino: le vite degli altri

Murales sul Muro

«Serve andare a Berlino per sentirsi un po’ meno normali», questa frase tratta dall’ultimo successo di Luca Carboni, insieme a «questa vita è bellissima» sintetizzano, alla perfezione, la città di Berlino.
A Berlino niente è normale e la vita dei suoi abitanti non è proprio bellissima o quantomeno non lo è stata in passato e forse, non potrà mai esserlo. Città dalle mille e una contraddizioni.
Già l’arrivo, di sera, è spiazzante, le fioche luci stradali e all’interno delle case, stridono al contrasto con le sfavillanti insegne luminose.
Il tentativo dell’ottima guida per cercare una giustificazione non regge e la nostra gaudente compagnia fatta di gente genuina, sembra perdersi, come spiazzata, quasi intimorita. Intimorita da una città, tramortita dalla furia nazista, che non ha memoria, non può averla. Una città divisa tra passato e presente, tra storia e modernità, tra Est e Ovest e da un Muro che è ancora là, scardinato, fatto a pezzi, ma che resiste alla legge del tempo, fin troppo ingombrante a volte, con il suo fardello di responsabilità, altre, inevase. E dove non c’è il muro ci sono le sbarre (BernauerStrasse), a ricordarci che noi e loro non siamo liberi, ma rinchiusi come in un recinto, un recinto fatto a volte solo di un semplice filo spinato e del coraggio di una scelta: il piccolo, grande balzo in avanti del soldato che “rompe le regole” (i tedeschi non sono tanto abituati a farlo) e salta nella foto sull’anonima parete di un altro muro, quello di una casa come tante, ma depositaria di un dirompente messaggio. Le imponenti strutture, edifici, simboli di un potere che sembra sconfitto, ma non scomparso, le colonne e la cupola del Parlamento sono quasi sovrapponibili ad altri simboli del potere: Vaticano, Washington, ecc.
E la classicità di tale opera si oppone al moderno del quartiere governativo con le sue linde (protette da una particolare sostanza) lastre di vetro, la perfezione della cupola, alla cupola a spicchi, ellissoidale, del Sony Center; fino all’AlexanderPlatz, con il suo vorticoso via vai di tram, a livello strada, in sopraelevata, silenziosi si muovono come serpenti tra la gente, tra i manager in giacca e cravatta che attenti, saltellano tra le rotaie. Una città dalla forte impronta culturale che si respira nelle sale del Museo Pergamon, piene di storia, Islam, Babilonia, storie di antichi regni, antichi re e Dèi in una città che, in passato, ha cercato di cancellare la sua di storia, il suo pensiero, per volontà del suo Kaiser Nero nella lunga notte della BabelPlatz e del rogo dei libri: tutto per una Nuova Babilonia, che non vedrà mai la luce, in una piazza simbolo del sapere universale con le sue sedi universitarie e dei suoi illustri docenti e pensatori del passato, Newton compreso. Un rogo che avrebbe voluto rischiarare la notte, per un nuovo sapere che nascondeva in sé l’ombra del pensiero unico, il cui seme stava appena germogliando, ma che solo adesso si inizia ad intravedere. Un fuoco di paglia che certo non può fronteggiare il freddo, quel gelo che ti spezza il fiato fino a sfiancarti, metafora di un freddo interiore che ti assale alla vista del Memoriale alla Shoàh. Perfetti parallelepipedi di grigio cemento, uno di fianco all’altro: distesi, in piedi, bassi e alti, lunghi e corti, quasi dei loculi, sepolture inverse, la cui vista fa male, ma ci ricorda che Le vite degli altri (film Premio Oscar 2006), sono anche le nostre vite. Il resto è neve e silenzio.
Il silenzio che è tangibile proprio nel quartiere ebraico, un solenne silenzio, rigido come le scarne statue della sua, commemorativa, opera scultoria: persone scarnificate nell’anima, basta guardarne il volto per capire.
Nel cimitero, senza lapidi, nemmeno gli uccelli osano volare, perché anche il volo delle colombe è freddato nelle tessere del vicino mosaico. Su di un Muro.

Credit: photo by giuseppe nardoianni © 2018

Intervista

Ieri sera, sono stato intervistato da Sabrina Stoppa all’interno della trasmissione radiofonica Pandorando. L’argomento di discussione e titolo della puntata è stato:

Come, quanto e perché il Governo americano influenza davvero il Cinema?

Per chi avesse perso la diretta, tra qualche giorno, sarà possibile riascoltarla sul canale youtube della web radio, oppure sempre da questo blog.

Questi i riferimenti:

http://www.webpieveradio.it/#/

https://www.youtube.com/results?search_query=pandorando

E’ stata una bella esperienza.

Creature fantastiche?

Sabato scorso, sono stato alla mostra “Mostri. Creature fantastiche della paura e del mito” al Museo Nazionale Romano (Palazzo Massimo), promossa e prodotta dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma in collaborazione con Electa. Il museo merita una lunga ed approfondita visita con i suoi quattro piani ricchi di opere, ma chiaramente quello che a me più interessava, data l’estrazione di questo blog, erano logicamente le diverse sale che ospitano la mostra sopra citata. Nelle due ore trascorse, sembra veramente che si venga catapultati in un lontano mondo passato dove le avventure degli eroi di ogni antica civiltà, alle prese con fiere di ogni genere, rivivano in quello spazio, con un’atmosfera creata ad arte.
Il titolo dato all’esposizione è coerente con la storiografia attuale, ma il dubbio che posso sollevare, legittimo, è proprio sull’origine del mito stesso e se le creature lì raffigurate siano davvero fantastiche, frutto della fantasia o della superstizione delle antiche genti. Intanto sui pannelli informativi relativi alle opere esposte l’incipit è questo: «Era il mostro di origine divina…» (Omero, Iliade VI, 222), mentre per gli organizzatori: «Per mostri qui si intendono quegli esseri che non trovano corrispondenza nella realtà, creati dall’immaginazione dell’uomo, che hanno animato racconti ancestrali e miti». Forse i mostri non erano o non sono di origine divina (nel senso stretto del termine), sta, di fatto, però, che non possiamo verificare ora quale fosse la corrispondenza nella realtà in cui erano immerse le antiche civiltà. In pratica la mia domanda è: “e se invece gli esseri descritti in molte opere erano reali e che quindi non facevano sicuramente parte del mito?”. Alcuni anni fa uno dei più famosi esperti in Semiotica o Semiologia, che è la disciplina che studia i segni nella comunicazione, Thomas Sebeok, scomparso ormai già da qualche anno, ebbe a dire che: «in certe circostanze, non c’è nulla di più concreto del mito». Un’affermazione questa che lascia poco spazio all’interpretazione. È proprio questa la circostanza?
Non possiamo esserne certi al cento per cento, quindi sebbene sempre sui pannelli informativi della mostra sono riportate citazioni tratte da diverse opere letterarie famose, ritenute di fantasia dal corrente pensiero ortodosso, tra le quali spiccano: l’Iliade di Omero, le Metamorfosi di Ovidio, il Prometeo Incatenato di Eschilo, l’Eneide di Virgilio e frasi di Apollodoro, è d’obbligo, secondo me riportare quanto invece affermava lo storico babilonese Beroso (ca 350 a.C. ca 270 a.C.), che raccontò dell’arrivo nel Golfo Persico di esseri metà uomo e metà pesce, definiti Oannes (le cui raffigurazioni non avrebbero certo sfigurato nella mostra) e che scrisse, a proposito della creazione dell’uomo: «all’inizio la divinità Belo (…) generò diversi esseri orribili (…) Apparvero uomini con due ali (…) molti altri loro organi avevano una parte maschile e una femminile. Altre figure umane avevano zampe e corna di capra, oppure piedi come cavalli. Altri, simili a ippocentauri, avevano la parte posteriore come cavallo, mentre davanti erano come uomini»(*). Quindi ammirando le rappresentazioni di Tifone, generato da Gaia (la Terra) e da Tartaro personificazione del Caos; del Minotauro che «Minosse decise di allontanare di casa quest’essere e di rinchiuderlo nei ciechi corridoi di un complicato edificio»; dei Grifi: «cani non latranti di Zeus con rostri adunchi»; le Sirene e le Arpie: «Figlie di Acheloo, rappresentate come uccelli dal bellissimo volto femminile», protagoniste nei racconti di Ulisse; della Sfinge: «fusione di uomo e leone», che è presente in tutte le culture dell’antico mediterraneo; della Chimera: «che dalle fauci vomita vampe di Etna»; delle Gorgoni: «le terribili… avevano teste avvolte da scaglie di serpenti, zanne grosse come quelle dei cinghiali»; dei Centauri: «uomini cavalli mostrano qualità umane, come forza e coraggio e pulsioni ferine incontrollate», dei Sileni e dei Satiri, dei quali gli autori antichi, non spiegano «l’origine della natura ibrida umana, equina o caprina… non appartengono né ai mortali né agli dèi immortali»; infine dei mostri marini Acheloo e l’Idra di Lerna, non posso non pensare che ci possa essere un fondo di verità in tutto questo. Ipnotizzato da Medusa, leggo l’ultima citazione, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio, che conclude la mostra: «… cosa credi di fare, tu che ti celi sotto una forma illusoria».

 *Nota: Z. Sitchin, Il pianeta degli Dei, Edizioni Piemme, 2000, pag. 333.

Avviso ai naviganti

Nell’augurare a tutti i lettori di questo blog, un Sereno Natale ed un Felice 2014, comunico che a breve riprenderanno gli aggiornamenti.

Il blog, a questo indirizzo (http://giuseppenardoianni.myblog.it/), resterà  visibile ancora per qualche tempo, quindi restate sintonizzati e a presto con nuovi post, spero per voi, sempre più interessanti.

Una splendida giornata!

frame_2.jpgIl titolo sembra scontato, ma non sono riuscito a trovare un altro aggettivo adatto che spiegasse e racchiudesse appunto il senso e il contenuto di un giorno speciale. La tappa di Napoli di domenica 21 marzo dell’Ultraterrestre Tour organizzato e mediato da Pino Morelli in collaborazione con le riviste Fenix e XTimes con quest’ultima che lo vede anche direttore responsabile e in collaborazione con il locale CNRV (Centro Nazionale Reiki Volontari), ha visto anche me tra i relatori dello stesso convegno. Ed è stata vera emozione essere a contatto con dei veri mostri sacri dell’Esopolitica e della Controcultura sia italiana che internazionale. Dopo l’apertura dei lavori dell’instancabile Pino, c’è stato il saluto in videoconferenza da Milano di Lavinia Pallotta, direttore editoriale di XTimes, di seguito Umberto Telarico con la sua “monumentale” relazione sull’ufologia ed il cover up e poi la verve di Pablo Ayo ed i “contatti extraterrestri”, l’esoterismo di Mike Plato, ancora Morelli e gli “Ufo nell’arte” fra passato e presente, la padronanza dell’argomento di Adriano Forgione tra misticità e Fisica Quantistica ed il dott. Armando Mei, con il suo “codice segreto” scoperto nelle piramidi. E poi, il cosiddetto piatto forte, la guest star Roy Doliner, che sfoggia un italiano quasi perfetto dall’accento newyorkese, capace di infilare divertenti battute in una relazione affascinante, ma serio quando s’infila il Kippah, il classico cappellino ebraico in segno di rispetto per i testi sacri. Devo aggiungere altro?

Ultraterrestre a Napoli

Ricevo dall’amico Pino Morelli e con molto piacere pubblico la locandina di questo eccezionale evento, in esclusiva e per la prima volta della tappa di Napoli di “Ultraterrestre”, convegni multimediali itineranti organizzati dallo stesso, instancabile direttore responsabile della rivista X-Times. Ringrazio inoltre, sempre il carissimo Pino, per l’opportunità che mi viene data, concedendomi, all’interno della stessa manifestazione, un piccolo spazio.

 LOC NAPOLI ULTRAT 21 MARZO.jpg

Via Crucis

Via_Crucis.jpgUno degli appuntamenti fissi nella (mia) settimana Santa è vedere il film di Mel Gibson “La Passione di Cristo” e partecipare alla Via Crucis organizzata dai giovani della parrocchia.
Qualcuno potrebbe storcere il naso confrontando le due opere, eppure…
Certo, nella versione nostrana, la Maddalena non è la Bellucci, la moglie di Pilato, non è Claudia Gerini e il buon ladrone non è Sergio Rubini, solo per citare alcuni attori italiani, bravissimi, presenti nel colossal campione d’incassi e la location scelta dai ragazzi, seppur tra strade strette ed in salita non è paragonabile agli splendidi e spettacolari scenari offerti dai sassi di Matera.
Ma, parafrasando il titolo del famoso film, la “passione” degli organizzatori, dei giovani attori, in particolare del centurione romano e del Cristo, completamente calati nella parte, hanno reso il tutto più reale e richiamando di anno in anno sempre più fedeli a formare una piccola folla che, come 2000 anni fa, accompagnò Gesù nel suo Calvario.
Mentre si procedeva lungo le “stazioni” la partecipazione si faceva sempre più intensa fino allo struggente e commovente atto finale: la morte e resurrezione di Cristo.
Quando Gesù, dopo aver pronunciato la famosa frase in aramaico, ha chinato il capo esalando l’ultimo respiro, il suo corpo illuminato dalla vivida luce delle torce, gli effetti in sottofondo del vento e della pioggia che sferzarono il piccolo masso del Golgota, un silenzio, quasi irreale, ma intenso, è calato sulla scena: per un attimo è sembrato che tutta la natura si fosse fermata e in quell’istante una nube nera ha coperto la livida luce della Luna.
Bellissimi anche i testi letti durante il tragitto, il ricordo dei tragici fatti di cronaca che hanno ancora una volta ribadito l’abbruttimento dell’essere umano e il ricordo della recente tragedia in Abruzzo, hanno comunque lasciato un filo di speranza: che la morte quando busserà alla nostra porta non ci trovi già morti…

Canto al Messia

Il giorno.jpg

“… gli occhi mai videro /  un verde simile a quello di quella terra vivente /  nel giorno che illuminò i nostri giorni / come la luce lunare quando… ritarda ad alzarsi / e le ombre hanno paura. Non arrivò dal cielo, accecante; ma / riluceva da ogni cosa vivente, tutte unite insieme. Ogni stelo / d’erba era sacro con la luce che sprigionava / e gli alberi respiravano il giorno e i boccioli erano piccoli soli. / E da quella terra gli Eterni avanzavano, una miriade di moltitudini / rilucente splendore, e noi che siamo fantasmi / e inseguiamo quelle ombre che si nutrono del domani! / Come indumenti di luce, i loro dispiaceri dimenticati / caddero… / e gli occhi, scuriti dalle lacrime versate, / erano aperti illuminati dal nuovo giorno. Era primavera per sempre / e tutti gli uccelli si misero a cantare su di loro… / Tutti i bisogni si riversarono nei sacri pascoli, privi di paura: e i cavalli, innumerevoli / cavalcarono come fulmini gioiosi… / Nei fiumi di luce vivente i pesci guizzavano e splendevano, / anche loro in cammino! / Ogni cosa vivente guardava in alto e sapeva… / Ogni cosa vivente / con foglie e radici, con pinne o gambe o ali / si inchinò, contemplando; e all’improvviso in loro si verificò una / trasformazione / e tutto ciò che di distante e diverso c’era fra loro svanì. / Nessuno era più solo, / ma ognuno conosceva l’altro ed era da questi conosciuto, / e vedeva le stesse cose… / gli uomini avevano perso i loro piccoli sogni e si / erano risvegliati tutti insieme”.
Il testo che avete appena letto non è tratto da un libro di preghiere, anche se potrebbe venire dallo spazio o dal cielo, se preferite, un po’ come il Padre Nostro (che è nel più alto dei cieli). Credo siano in pochi a conoscere questi versi, almeno che non abbiano letto il libro dal quale sono stati, in parte, citati: George C. Andrews, Extraterrestri. Amici e ostili (Macro Edizioni). Qual è il loro significato? Che noi siamo un tutt’uno con l’universo e l’invitabile trasformazione che avverrà nel “Giorno della Conoscenza”, come lo definisce (insieme al titolo di questo post) J. G. Neihardt nel libro, ci ricondurrà a Lui, il Dio Supremo, l’Ingenerato, insieme alle altre specie viventi che popolano il cosmo.

Buone Feste

Commenti_Canto al Messia

Ho visto le stelle!

1e35aaba6431e62b388e78ef9bbe6baf.png No. Nessuna botta in testa, mi è bastata quella che ho preso cadendo, tanti anni fa, dalla culla… Finalmente, ho visto le stelle! Certo le guardo ogni notte, sempre con la speranza di assistere a qualche fenomeno particolare (cosa che da appassionato di ufologia, non mi è ancora successa), ma, incredibile a dirlo, non avevo mai guardato attraverso un telescopio.
Quello che ho visto è stato uno spettacolo magnifico: la Luna, Giove con i suoi quattro satelliti galileiani e poi le stelle Arturo (la prima che è apparsa nel cielo), Mizar e la cinematografica Vega (è da lì, dalla costellazione della Lira, che parte il messaggio filo conduttore del film Contact).
Un’esperienza bellissima che spero di ripetere al più presto.
Forse sarà scontato, ma spezza il fiato trovarsi di fronte alla vastità dell’universo e, al contrario, rendersi conto di quanto sia piccola ed indifesa la nostra Terra e che, soprattutto: “non siamo soli”. Dopo aver ammirato poi, quei piccoli, tremolanti puntini, lontani anni luce non ho potuto fare altro che continuare a spingere la mia mente «là dove nessun uomo è mai stato prima».