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Incontro con Luca Parmitano

Giuseppe Nardoianni e Andrea Mattei
«Ci sono sere in cui la passione per certe tematiche ti porta letteralmente a toccare il cielo con un dito».
Giovedì 30 aprile u.s., durante un evento organizzato dall’ESA, è stato presentato, nell’Aula Magna dell’istituto T. Tasso di Salerno, il nuovo libro Camminare tra le stelle (Feltrinelli) firmato dall’astronauta Luca Parmitano e dal giornalista Emilio Cozzi.
Sul palco, ad affiancare Parmitano come moderatore del flusso di domande e curiosità, c’era l’amico Andrea Mattei con il quale mi pregio di firmare l’articolo che segue: la storia di una serata vissuta a metà strada tra la Terra e lo Spazio. L’incontro con un astronauta di tale profilo, è stato uno di quei momenti che lasciano il segno, anche perché i proventi del libro, per ragazzi, sosterranno borse di studio per programmi di mobilità studentesca internazionale. Nonostante la platea stracolma che ci attendeva, l’approccio di Luca è stato subito spontaneo e cordiale. Ci ha colpito un dettaglio in particolare: durante la breve presentazione nel backstage, ha scelto di non voler conoscere le domande che Andrea aveva preparato. Una prova di grande disponibilità e, soprattutto, di una rara voglia di dialogare senza filtri.
Prima di entrare nel vivo dell’intervista, Andrea ha introdotto Luca Parmitano ripercorrendo una carriera, che sembra uscita da un romanzo d’avventura quasi alla J. Verne, ma che è costruita su una disciplina ferrea: pilota collaudatore da oltre 2000 ore di volo e uomo delle istituzioni, già Medaglia d’Oro al Valore Civile, medaglia d’argento al valore aeronautico, Cavaliere di Gran Croce e Commendatore della Repubblica.
Da sottolineare il suo legame con lo spazio: uno degli undici astronauti ESA attualmente in attività, con 366 giorni vissuti sulla International Space Station (ISS) e sei “attività extraveicolari” (E.V.A.) e ricordare che è stato il primo comandante italiano della I.S.S. dove, appunto durante una di queste attività all’esterno della Stazione orbitale, ha gestito situazioni critiche come una perdita di acqua nel casco che rischiò di farlo affogare nel liquido di refrigerazione della tuta spaziale. Un incidente gestito con una calma fuori dal comune che serve a far capire la caratura dell’uomo che, oggi, ha persino un asteroide dedicato a lui. Al termine della presentazione, Parmitano ha sorriso perché ha voluto ribadire che tutto sommato la preparazione di un astronauta non deve essere necessariamente straordinaria ma si colloca esattamente nella media delle capacità umane.

Luca Parmitano e Andrea Mattei

La visione scientifica: barriere cosmiche e vita tra le stelle
Uno dei momenti più intensi dell’incontro è stato il racconto della riparazione dell’AMS (Alpha Magnetic Spectrometer, lo strumento cacciatore di materia oscura e antimateria), un progetto da 2 miliardi di dollari, guidato dal Premio Nobel per la Fisica Samuel Ting. Un’impresa titanica che ha coinvolto 600 scienziati da 16 Paesi. Come mostrato nella Serie TV La via per le stelle, il Prof. Ting, durante le fasi di progettazione della missione di riparazione, era una presenza costante alla NASA, capace di esercitare una pressione altissima su tecnici e astronauti. I test non andavano mai a buon fine: ogni tentativo rivelava nuovi punti critici, costringendo gli ingegneri a ripensare a strumenti e procedure; così il percorso per la riparazione dell’AMS si è prolungato fino a superare i 5 anni di lavoro continuo. Il Project Manager della NASA riassunse perfettamente il clima di quel periodo: «Quando hai a che fare con il Prof. Ting hai tre possibilità: stare in disparte a guardare il treno che passa; salirci sopra; oppure farti investire dal treno».
Luca si trovava esattamente su quel binario per salire sul treno, pronto a gestire una delle sfide tecnologiche più complesse mai tentate nello spazio, attività, che come complessità, era seconda solo alle missioni di up-grade dell’Hubble Space Telescope. Interessante la seconda parte del dibattito tra Parmitano e i giovani studenti che, seppur adolescenti hanno tenuto testa all’esperto astronauta. Alla domanda riferita a come ci si adatta in un ambiente di microgravità, arriva a coniare un termine riferito alla specie “homo”, definendo l’essere umano odierno come “Homo Spatialis” che per vivere nello spazio e mantenere una postura equilibrata l’evoluzione potrebbe portare allo sviluppo di un terzo arto inferiore, nella fattispecie una grossa coda che renderebbe molto più salda la postura bipede facendola diventare tripede. Sembra un concetto buttato lì a caso, non lo è. Nel 1982, il paleontologo Dale Russell, ipotizzò, un percorso evolutivo alternativo, diverso. Egli ritenne che il “Troodon”, un dinosauro predatore bipede se non si fosse estinto milioni di anni fa, avrebbe potuto evolversi in una creatura umanoide intelligente, definita appunto “Homo Saurus”. Per quanto riguarda l’espansione dell’uomo nell’universo Parmitano, dimostrando una certa apertura mentale cita anche il celebre scrittore americano Dan Simmons, recentemente scomparso, noto per aver elevato la fantascienza con opere complesse riferite all’espansione dell’uomo nell’universo, in una visione iperrealista e sociologica, nobilitando uno dei cardini della FantaScienza, la “Space Opera”, appunto.
Peculiare poi la spiegazione di alcune manovre spaziali come l’accensione dei motori o il cambio di traiettoria, fondamentali operazioni di routine, di tutte le missioni: l’astronauta ricorre, per visualizzare ancora meglio il concetto, alle famose caramelle “M&M’S”, i piccoli confetti al cioccolato multicolore che, se contenuti in un contenitore sferico, si muoverebbero avanti e indietro a seconda della spinta ricevuta. Curioso, ma non più di tanto, il ricorso alle gustose caramelline: nel film Mission to Mars (B. De Palma, 2000), il protagonista facendole cadere, nota che alcune di loro formavano casualmente, una sorta di elica come il DNA, intuendo così il modo per portare a termine la missione.
Arriviamo così alla domanda delle domande: «esiste la vita extraterrestre?». L’astronauta cita il film Contact (R. Zemekis, 1997), sostenendo che se non ci fossero «sarebbe uno spreco di spazio»! Entrando più in argomento però Parmitano si dimostra sì sincero e in linea con il mondo accademico, ricorrendo per forza di cose, all’assunto, secondo il quale le distanze sono così enormi che anche viaggiando alla velocità della luce (circa 300.000 km al secondo), ci vorrebbero centinaia se non migliaia di anni. Secondo la teoria della relatività, l’accelerazione di un corpo verso velocità relativistiche comporta un aumento esponenziale dell’energia cinetica necessaria, rendendo la velocità della luce un limite insuperabile per qualsiasi corpo dotato di massa. Domande che denotano una certa preparazione dei ragazzi coinvolti, ma noi, entrando più nel merito della questione avremmo voluto rivolgergli domande più specifiche e dirette. L’onestà intellettuale di Parmitano, come detto, è palese ma, e questo è una mancanza relativa a tutti gli studiosi che difendono, a volte strenuamente, le teorie ufficiali: in pratica, per noi alla fine di ogni assunto, teoria, ecc. dovrebbe essere conclusa con la frase “secondo le nostre attuali conoscenze”. Cosa significa? Significa che in un universo infinito con miliardi di stelle e pianeti (e in riferimento alla famosa formula di Drake) potrebbero esserci miliardi di civiltà intelligenti nel cosmo. Questo comporta il fatto che possano esserci civiltà molto più antiche della nostra, anche nel valore di migliaia se non centinaia di migliaia di anni e che quindi possano aver scoperto un sistema, una tecnologia per aggirare l’ostacolo della velocità della luce. Oppure che abbiano scoperto l’utilizzo dei cosiddetti tunnel di Einstein-Rosen, ipotetiche scorciatoie che basate sulle equazioni della relatività generale, connetterebbero due punti distanti del tessuto spazio-temporale, ritenuti teoricamente possibili. La speranza è quella che un giorno potremmo intercettare un segnale alieno, o magari una navicella robotica al pari delle sonde Voyager 1 e 2 che viaggiano ormai oltre i confini del Sistema Solare. Un giorno, magari tra centinaia di migliaia di anni, quando con estrema probabilità la razza umana si sarà estinta, le Voyager potranno essere intercettate da qualche civiltà extraterrestre e capiranno che in un angolo dell’Universo è esistito un pianeta rigoglioso di vita. Un’altra domanda che non è stata posta, poteva essere questa: «essendo stato nello spazio e svolto diverse E.V.A. ha mai visto un UFO (Unidentified Flying Object) e/o UAP (Unidentified Aerial Phenomena)?». Non possiamo saperlo, ma forse se ciò è accaduto, anche in passato e per altre missioni, resta l’incognita con solo un velato accenno agli “omini verdi con le antenne” e alle “Abduction”. L’incontro con il nostro astronauta italiano si è concluso così come era iniziato: sotto il segno della generosità. Dopo averci portato tra i confini della fisica con i misteri dell’AMS e dopo averci fatto sognare di fluttuare sulla Stazione Spaziale Internazionale, Luca Parmitano è tornato con i piedi per terra, ma solo per dedicarsi completamente a chi lo aspettava. Si è concesso con pazienza infinita a una lunga sessione di autografi e selfie, un rito, che per i tanti ragazzi presenti e non solo ragazzi… è stato molto più di un ricordo digitale. In quel momento, tra una firma sulla copia di Camminare tra le stelle e un sorriso in camera, è diventato chiaro il senso profondo del pomeriggio: non si trattava solo di celebrare un eroe dello spazio, ma di piantare il seme dell’ispirazione. Perché se è vero che le leggi della fisica rendono difficile viaggiare tra le stelle, incontri come questo dimostrano che sognare di farlo è ancora il motore più potente che abbiamo.

Grazie alla Feltrinelli di Salerno per la coordinazione dell’evento, in particolare a Mauro Leone e Silvia Tramontano. Un doveroso grazie anche a Roberta Stazi dell’ESA.

Note Bio autori:
Andrea Mattei, matematico e sviluppatore software, studioso della più antica delle scienze: l’astronomia.
Direttore dell’Osservatorio Astronomico San Marco di Salerno.
https://www.wcubed.it/smao/
Socio fondatore e già Presidente per circa 20 anni del C.A.N.A. di Salerno.
3 asteroidi scoperti e membro del M.P.C. (Minor Planet Center) e dell’A.A.V.S.O. (American Association of Variable Star Observers) e della International Astronomical Search Collaboration (I.A.S.C.)

Giuseppe Nardoianni
link Personal Studies

Skydome

Sul sito Altrimondi, notevole e interessante portale dove regna la fantascienza, gestito da persone serie e competenti -che da alcuni mesi ospita anche diversi miei post, mi è stato pubblicato un Drabble, dal titolo Skydome.
Il termine drabble è usato in fanfiction per indicare un testo narrativo di 100 parole esatte (cioè il drabble per eccellenza), entro il quale l’autore deve riuscire a narrare una storia compiuta, nonostante il limite imposto dall’esigua possibilità narrativa.
Quindi capirete che non sia tanto facile, rispettare tale limite e allo stesso tempo dare un senso compiuto alle poche righe a disposizione. Nel contesto, la ministoria si apre su una Terra invasa dagli alieni.
Di seguito il link:

https://www.altrimondi.org/skydome-di-giuseppe-nardoianni/

buona lettura.

credit:
nell’immagine, tratta dal sito Altrimondi, Progetto di Grafica in XCmodel di Bruno Fanini. Omaggio a Salvator Dalì: “Persistenza della Memoria”, particolare.

Luna, il grande balzo mancato

L’alba della Terra

Il 20 luglio del 1969, avevo poco più di quattro anni.
Mi ricordo poco ora, i pochi rapidi flash che proprio in questi giorni dell’anniversario più importante(?) della storia umana, ritornano alla mente, vanno sempre più sbiadendosi quasi come le immagini della diretta televisiva in rigoroso bianco e nero. Quella notte ero nel lettone insieme ai miei genitori, nel mezzo, a guardare dal televisore Voxon, con tanto di stabilizzatore, la diretta della prima storica trasmissione della Rai tv. Forse vi sembrerà esagerato, ma anche se in tenera età riuscivo a capire il significato di tale evento. Mia madre, buon’anima, mi ripeteva spesso che sapevo ripetere i nomi dei tre astronauti: Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins, l’unico a non scendere sulla Luna ma che, quando si ritrovò sul lato oscuro della stessa, fu l’uomo più lontano dal pianeta Terra.
Erano le 4:56 del mattino -e non avevo chiuso occhio, come i milioni di telespettatori che videro la trasmissione con Tito Stagno che prima di battere le mani gridò «Ha toccato!», quando il comandante della missione Apollo 11, si staccò dalla scaletta del LEM e lasciò la mitica impronta del suo piede sul suolo del nostro unico satellite naturale. Da allora tutto il resto è storia.
La Luna è di diritto al primo posto nell’immaginario collettivo, da sempre, fin da quando l’uomo ha acquisito la coscienza di sè e ha alzato lo sguardo al cielo, chiedendosi che cosa fosse quel globo che illuminava, con la sua flebile luce, riflessa, le pericolose notti dell’uomo primitivo.
Quindi molto è stato detto in questi 50 anni. Addirittura come ormai tutti sanno, c’è chi dubita persino del fatto che sulla Luna non ci siamo mai stati. Io penso, invece, che ci siamo stati, forse non con L’Apollo 11 (il falso allunaggio venne effettuato solo per battere i russi), perché sono diverse le incongruenze, come ho evidenziato in questo post e in questa risorsa YouTube. Non starò a ripetere quindi quello che molti di voi, che come me si interessano di certi argomenti, sanno bene. Vorrei provare per una volta, quasi a girare la prospettiva, mettermi nei panni, non di Armstrong, ma soprattutto di Collins, che per primo vide la Luna da tutt’altra angolazione. Un evento quasi incredibile, proprio come hanno detto gli americani e come recita la famosa targa lasciata sul suolo lunare («Siamo venuti in pace per tutta l’umanità»), avrebbe dovuto, come evento di eccezionale portata unirci di più, indipendentemente dalla bandiera che tutt’ora forse sventola lassù. Ora tutto il genere umano, sarebbe dovuto essere appunto sotto una sola bandiera, con tutte le differenze, ma con un solo obiettivo: quello di cooperare per il bene della stessa. Inutile dire che così non è stato.
Ancora una volta l’uomo ha agito per interesse personale, o di uno stato, perdendo una grande occasione. Ci sarebbe da chiedersi adesso, quale potrebbe essere l’evento che, farebbe da collante. Un’apocalisse? Certo “un grande spavento” forse servirebbe, visto il decadimento della nostra civiltà, ma a quale prezzo? Il primo contatto con una civiltà aliena (gli ufologi sostengono che ve ne siano tracce anche sulla Luna), o una loro invasione? Non è proprio fantascienza, come già detto in passato, persino Reagan, in un famoso discorso all’Onu, negli anni ‘80, mise in guardia il mondo da una tale ipotesi.
Un’altra visione prospettica è il perché dal 1972, data dell’ultima missione con l’Apollo 17 (sebbene si pensi che in realtà ci siano state altre tre missioni top secret), nessun altro uomo, a parte i 12 astronauti delle varie missioni, vi ha mai più messo piede… e anche qui ci vorrebbe un punto interrogativo.
Diciassette missioni del Programma Apollo, in poco più dieci anni e di colpo: stop! Perché? Finiti i fondi? Probabile. Tecnologia obsoleta? Forse. Ma in questo senso ricordo a quanti non ci abbiano fatto caso che dal primo volo dei fratelli Wright, nel 1903, che durò solo pochi secondi per un centinaio di metri, in soli 67 anni abbiamo compiuto il «grande balzo». Televisori in B/N, i primi elettrodomestici e automobili dal design anacronistico rispetto al vettore Saturn 5 eppure, il razzo è riuscito a sconfiggere la gravità terrestre; altro dubbio per chi sostiene che l’uomo non può andare oltre l’orbita terrestre, come non può superare le cosiddette fasce di Van Allen.
E allora perché in questi 50 anni la Luna non è stata colonizzata? Perché non abbiamo almeno una base stabile? No. Non sono domande che rimarranno senza risposta. Proprio l’altro ieri è andato in onda, su Focus, dopo la discutibile revisione del segretario del Cicap Massimo Polidoro e di Paolo Attivissimo, il film La grande corsa allo spazio di Paul J. Hildebrand (2016). Nel film oltre ad illustrare le prossime missioni, un membro del governo asserì che le missioni lunari, a suo tempo, sarebbero state annullate per questioni di «difesa». Ora, se è risaputo che la NASA, l’ente spaziale americano, è militarizzato, da cosa dovremmo difenderci? E da chi?
Un antico proverbio africano recita: «Solo Dio può camminare sulla Luna», sembra quasi un mònito e anche se la Luna, fa palpitare da sempre i cuori degli innamorati, e di chi guarda ad essa come uno scolaretto alle prime lezioni, resta sempre una severa maestra.

Credit: photo Apollo 8, © Nasa

Berlino: le vite degli altri

Murales sul Muro

«Serve andare a Berlino per sentirsi un po’ meno normali», questa frase tratta dall’ultimo successo di Luca Carboni, insieme a «questa vita è bellissima» sintetizzano, alla perfezione, la città di Berlino.
A Berlino niente è normale e la vita dei suoi abitanti non è proprio bellissima o quantomeno non lo è stata in passato e forse, non potrà mai esserlo. Città dalle mille e una contraddizioni.
Già l’arrivo, di sera, è spiazzante, le fioche luci stradali e all’interno delle case, stridono al contrasto con le sfavillanti insegne luminose.
Il tentativo dell’ottima guida per cercare una giustificazione non regge e la nostra gaudente compagnia fatta di gente genuina, sembra perdersi, come spiazzata, quasi intimorita. Intimorita da una città, tramortita dalla furia nazista, che non ha memoria, non può averla. Una città divisa tra passato e presente, tra storia e modernità, tra Est e Ovest e da un Muro che è ancora là, scardinato, fatto a pezzi, ma che resiste alla legge del tempo, fin troppo ingombrante a volte, con il suo fardello di responsabilità, altre, inevase. E dove non c’è il muro ci sono le sbarre (BernauerStrasse), a ricordarci che noi e loro non siamo liberi, ma rinchiusi come in un recinto, un recinto fatto a volte solo di un semplice filo spinato e del coraggio di una scelta: il piccolo, grande balzo in avanti del soldato che “rompe le regole” (i tedeschi non sono tanto abituati a farlo) e salta nella foto sull’anonima parete di un altro muro, quello di una casa come tante, ma depositaria di un dirompente messaggio. Le imponenti strutture, edifici, simboli di un potere che sembra sconfitto, ma non scomparso, le colonne e la cupola del Parlamento sono quasi sovrapponibili ad altri simboli del potere: Vaticano, Washington, ecc.
E la classicità di tale opera si oppone al moderno del quartiere governativo con le sue linde (protette da una particolare sostanza) lastre di vetro, la perfezione della cupola, alla cupola a spicchi, ellissoidale, del Sony Center; fino all’AlexanderPlatz, con il suo vorticoso via vai di tram, a livello strada, in sopraelevata, silenziosi si muovono come serpenti tra la gente, tra i manager in giacca e cravatta che attenti, saltellano tra le rotaie. Una città dalla forte impronta culturale che si respira nelle sale del Museo Pergamon, piene di storia, Islam, Babilonia, storie di antichi regni, antichi re e Dèi in una città che, in passato, ha cercato di cancellare la sua di storia, il suo pensiero, per volontà del suo Kaiser Nero nella lunga notte della BabelPlatz e del rogo dei libri: tutto per una Nuova Babilonia, che non vedrà mai la luce, in una piazza simbolo del sapere universale con le sue sedi universitarie e dei suoi illustri docenti e pensatori del passato, Newton compreso. Un rogo che avrebbe voluto rischiarare la notte, per un nuovo sapere che nascondeva in sé l’ombra del pensiero unico, il cui seme stava appena germogliando, ma che solo adesso si inizia ad intravedere. Un fuoco di paglia che certo non può fronteggiare il freddo, quel gelo che ti spezza il fiato fino a sfiancarti, metafora di un freddo interiore che ti assale alla vista del Memoriale alla Shoàh. Perfetti parallelepipedi di grigio cemento, uno di fianco all’altro: distesi, in piedi, bassi e alti, lunghi e corti, quasi dei loculi, sepolture inverse, la cui vista fa male, ma ci ricorda che Le vite degli altri (film Premio Oscar 2006), sono anche le nostre vite. Il resto è neve e silenzio.
Il silenzio che è tangibile proprio nel quartiere ebraico, un solenne silenzio, rigido come le scarne statue della sua, commemorativa, opera scultoria: persone scarnificate nell’anima, basta guardarne il volto per capire.
Nel cimitero, senza lapidi, nemmeno gli uccelli osano volare, perché anche il volo delle colombe è freddato nelle tessere del vicino mosaico. Su di un Muro.

Credit: photo by giuseppe nardoianni © 2018

Intervista

Ieri sera, sono stato intervistato da Sabrina Stoppa all’interno della trasmissione radiofonica Pandorando. L’argomento di discussione e titolo della puntata è stato:

Come, quanto e perché il Governo americano influenza davvero il Cinema?

Per chi avesse perso la diretta, tra qualche giorno, sarà possibile riascoltarla sul canale youtube della web radio, oppure sempre da questo blog.

Questi i riferimenti:

http://www.webpieveradio.it/#/

https://www.youtube.com/results?search_query=pandorando

E’ stata una bella esperienza.

Creature fantastiche?

Sabato scorso, sono stato alla mostra “Mostri. Creature fantastiche della paura e del mito” al Museo Nazionale Romano (Palazzo Massimo), promossa e prodotta dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma in collaborazione con Electa. Il museo merita una lunga ed approfondita visita con i suoi quattro piani ricchi di opere, ma chiaramente quello che a me più interessava, data l’estrazione di questo blog, erano logicamente le diverse sale che ospitano la mostra sopra citata. Nelle due ore trascorse, sembra veramente che si venga catapultati in un lontano mondo passato dove le avventure degli eroi di ogni antica civiltà, alle prese con fiere di ogni genere, rivivano in quello spazio, con un’atmosfera creata ad arte.
Il titolo dato all’esposizione è coerente con la storiografia attuale, ma il dubbio che posso sollevare, legittimo, è proprio sull’origine del mito stesso e se le creature lì raffigurate siano davvero fantastiche, frutto della fantasia o della superstizione delle antiche genti. Intanto sui pannelli informativi relativi alle opere esposte l’incipit è questo: «Era il mostro di origine divina…» (Omero, Iliade VI, 222), mentre per gli organizzatori: «Per mostri qui si intendono quegli esseri che non trovano corrispondenza nella realtà, creati dall’immaginazione dell’uomo, che hanno animato racconti ancestrali e miti». Forse i mostri non erano o non sono di origine divina (nel senso stretto del termine), sta, di fatto, però, che non possiamo verificare ora quale fosse la corrispondenza nella realtà in cui erano immerse le antiche civiltà. In pratica la mia domanda è: “e se invece gli esseri descritti in molte opere erano reali e che quindi non facevano sicuramente parte del mito?”. Alcuni anni fa uno dei più famosi esperti in Semiotica o Semiologia, che è la disciplina che studia i segni nella comunicazione, Thomas Sebeok, scomparso ormai già da qualche anno, ebbe a dire che: «in certe circostanze, non c’è nulla di più concreto del mito». Un’affermazione questa che lascia poco spazio all’interpretazione. È proprio questa la circostanza?
Non possiamo esserne certi al cento per cento, quindi sebbene sempre sui pannelli informativi della mostra sono riportate citazioni tratte da diverse opere letterarie famose, ritenute di fantasia dal corrente pensiero ortodosso, tra le quali spiccano: l’Iliade di Omero, le Metamorfosi di Ovidio, il Prometeo Incatenato di Eschilo, l’Eneide di Virgilio e frasi di Apollodoro, è d’obbligo, secondo me riportare quanto invece affermava lo storico babilonese Beroso (ca 350 a.C. ca 270 a.C.), che raccontò dell’arrivo nel Golfo Persico di esseri metà uomo e metà pesce, definiti Oannes (le cui raffigurazioni non avrebbero certo sfigurato nella mostra) e che scrisse, a proposito della creazione dell’uomo: «all’inizio la divinità Belo (…) generò diversi esseri orribili (…) Apparvero uomini con due ali (…) molti altri loro organi avevano una parte maschile e una femminile. Altre figure umane avevano zampe e corna di capra, oppure piedi come cavalli. Altri, simili a ippocentauri, avevano la parte posteriore come cavallo, mentre davanti erano come uomini»(*). Quindi ammirando le rappresentazioni di Tifone, generato da Gaia (la Terra) e da Tartaro personificazione del Caos; del Minotauro che «Minosse decise di allontanare di casa quest’essere e di rinchiuderlo nei ciechi corridoi di un complicato edificio»; dei Grifi: «cani non latranti di Zeus con rostri adunchi»; le Sirene e le Arpie: «Figlie di Acheloo, rappresentate come uccelli dal bellissimo volto femminile», protagoniste nei racconti di Ulisse; della Sfinge: «fusione di uomo e leone», che è presente in tutte le culture dell’antico mediterraneo; della Chimera: «che dalle fauci vomita vampe di Etna»; delle Gorgoni: «le terribili… avevano teste avvolte da scaglie di serpenti, zanne grosse come quelle dei cinghiali»; dei Centauri: «uomini cavalli mostrano qualità umane, come forza e coraggio e pulsioni ferine incontrollate», dei Sileni e dei Satiri, dei quali gli autori antichi, non spiegano «l’origine della natura ibrida umana, equina o caprina… non appartengono né ai mortali né agli dèi immortali»; infine dei mostri marini Acheloo e l’Idra di Lerna, non posso non pensare che ci possa essere un fondo di verità in tutto questo. Ipnotizzato da Medusa, leggo l’ultima citazione, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio, che conclude la mostra: «… cosa credi di fare, tu che ti celi sotto una forma illusoria».

 *Nota: Z. Sitchin, Il pianeta degli Dei, Edizioni Piemme, 2000, pag. 333.

Avviso ai naviganti

Nell’augurare a tutti i lettori di questo blog, un Sereno Natale ed un Felice 2014, comunico che a breve riprenderanno gli aggiornamenti.

Il blog, a questo indirizzo (http://giuseppenardoianni.myblog.it/), resterà  visibile ancora per qualche tempo, quindi restate sintonizzati e a presto con nuovi post, spero per voi, sempre più interessanti.

Una splendida giornata!

frame_2.jpgIl titolo sembra scontato, ma non sono riuscito a trovare un altro aggettivo adatto che spiegasse e racchiudesse appunto il senso e il contenuto di un giorno speciale. La tappa di Napoli di domenica 21 marzo dell’Ultraterrestre Tour organizzato e mediato da Pino Morelli in collaborazione con le riviste Fenix e XTimes con quest’ultima che lo vede anche direttore responsabile e in collaborazione con il locale CNRV (Centro Nazionale Reiki Volontari), ha visto anche me tra i relatori dello stesso convegno. Ed è stata vera emozione essere a contatto con dei veri mostri sacri dell’Esopolitica e della Controcultura sia italiana che internazionale. Dopo l’apertura dei lavori dell’instancabile Pino, c’è stato il saluto in videoconferenza da Milano di Lavinia Pallotta, direttore editoriale di XTimes, di seguito Umberto Telarico con la sua “monumentale” relazione sull’ufologia ed il cover up e poi la verve di Pablo Ayo ed i “contatti extraterrestri”, l’esoterismo di Mike Plato, ancora Morelli e gli “Ufo nell’arte” fra passato e presente, la padronanza dell’argomento di Adriano Forgione tra misticità e Fisica Quantistica ed il dott. Armando Mei, con il suo “codice segreto” scoperto nelle piramidi. E poi, il cosiddetto piatto forte, la guest star Roy Doliner, che sfoggia un italiano quasi perfetto dall’accento newyorkese, capace di infilare divertenti battute in una relazione affascinante, ma serio quando s’infila il Kippah, il classico cappellino ebraico in segno di rispetto per i testi sacri. Devo aggiungere altro?

Ultraterrestre a Napoli

Ricevo dall’amico Pino Morelli e con molto piacere pubblico la locandina di questo eccezionale evento, in esclusiva e per la prima volta della tappa di Napoli di “Ultraterrestre”, convegni multimediali itineranti organizzati dallo stesso, instancabile direttore responsabile della rivista X-Times. Ringrazio inoltre, sempre il carissimo Pino, per l’opportunità che mi viene data, concedendomi, all’interno della stessa manifestazione, un piccolo spazio.

 LOC NAPOLI ULTRAT 21 MARZO.jpg

Via Crucis

Via_Crucis.jpgUno degli appuntamenti fissi nella (mia) settimana Santa è vedere il film di Mel Gibson “La Passione di Cristo” e partecipare alla Via Crucis organizzata dai giovani della parrocchia.
Qualcuno potrebbe storcere il naso confrontando le due opere, eppure…
Certo, nella versione nostrana, la Maddalena non è la Bellucci, la moglie di Pilato, non è Claudia Gerini e il buon ladrone non è Sergio Rubini, solo per citare alcuni attori italiani, bravissimi, presenti nel colossal campione d’incassi e la location scelta dai ragazzi, seppur tra strade strette ed in salita non è paragonabile agli splendidi e spettacolari scenari offerti dai sassi di Matera.
Ma, parafrasando il titolo del famoso film, la “passione” degli organizzatori, dei giovani attori, in particolare del centurione romano e del Cristo, completamente calati nella parte, hanno reso il tutto più reale e richiamando di anno in anno sempre più fedeli a formare una piccola folla che, come 2000 anni fa, accompagnò Gesù nel suo Calvario.
Mentre si procedeva lungo le “stazioni” la partecipazione si faceva sempre più intensa fino allo struggente e commovente atto finale: la morte e resurrezione di Cristo.
Quando Gesù, dopo aver pronunciato la famosa frase in aramaico, ha chinato il capo esalando l’ultimo respiro, il suo corpo illuminato dalla vivida luce delle torce, gli effetti in sottofondo del vento e della pioggia che sferzarono il piccolo masso del Golgota, un silenzio, quasi irreale, ma intenso, è calato sulla scena: per un attimo è sembrato che tutta la natura si fosse fermata e in quell’istante una nube nera ha coperto la livida luce della Luna.
Bellissimi anche i testi letti durante il tragitto, il ricordo dei tragici fatti di cronaca che hanno ancora una volta ribadito l’abbruttimento dell’essere umano e il ricordo della recente tragedia in Abruzzo, hanno comunque lasciato un filo di speranza: che la morte quando busserà alla nostra porta non ci trovi già morti…

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