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Quanto manca alla fine?

«L’epoca in cui stiamo vivendo parla il linguaggio della fine o del principio?». È il dilemma che si legge nella 4a di copertina del libro scritto da Antonio Gentili (Carrara 1937, vivente) teologo, filosofo e religioso Barnabita(1), con la presentazione di Vittorio Messori, recentemente scomparso, noto giornalista e scrittore, considerato uno dei principali autori cattolici italiani (Wikipedia).
Il libro, pubblicato dalla SEI – Società Editrice Internazionale (Torino, 1984), ha ricevuto il “Visto, Nulla Osta alla Stampa”, il 26 settembre dello stesso anno, dal sac. Marcolino Muraro, censore ecclesiastico delegato e, il giorno dopo (27 settembre), l’”Imprimatur” dal Vicario Generale sac. Francesco Peradotto. Con il termine Imprimatur, si intende che «non esiste alcun impedimento al fatto di essere stampato» (il Nulla Osta di cui sopra), dalla Chiesa Cattolica, che di fatto ne autorizzava la stampa. Nell’Evo medio, quando non si conseguiva ciò, il libro veniva messo all’”Indice”(2).

Quindi non era facile ottenere uno status tanto autorevole, soprattutto quando l’argomento è così scottante (è solo la 2a volta che mi imbatto in un libro del genere, ma questa è un’altra storia). L’intento, sebbene il libro venne pubblicato negli anni ’80 del secolo scorso, è quanto mai attuale e smentisce l’idea che erano in pochi, in quegli anni che si preoccupavano di ciò, anche se tratta di Profezie (v. sottotitolo), laiche e religiose. L’esito finale (l’avverarsi o meno) non è argomento di questo post, nè l’anno profetico (che per fortuna non si è rivelato tale), del cambio di millennio, ma ci focalizzeremo in particolare riguardo a «una possibile lettura, valida per tutti, dell’inquietante futuro che ci attende» (pag. 11).

Per entrare più nel merito della questione possiamo partire proprio dall’immagine che vedete in copertina: un quarto di un orologio (dalle 21 alle 24) con la lancetta grande (la bianca) posizionata a meno tre (3) minuti dalla mezza notte, sullo sfondo un inquietante fungo atomico. Perchè “3 minuti alla mezzanotte?”. Se il concetto è diretto per ciò che concerne lo scoppio di una bomba atomica, stando ai fatti di cronaca attuale, lo è un po’ meno per quanto riguarda proprio la domanda che ci siamo posti.

Nel 1947 (anno fatidico), gli scienziati della rivista Bullettin of The Atomic Scientists dell’Università di Chicago, idearono il cosiddetto “Orologio dell’Apocalisse” (Doomsday Clock), un orologio simbolico che definisce il pericolo di un’ipotetica fine del mondo: i tre minuti rappresentano proprio la distanza da tale, oggi sempre più, concreta minaccia. All’inizio, negli anni della guerra fredda, l’apprensione era rivolta principalmente alla guerra nucleare, ma dal 2007 si è posta l’attenzione ad altri eventi che potrebbero minacciare l’umanità, come ad esempio i cambiamenti climatici.
Il primo orario che segnava l’orologio era alle 23:53, quindi sette (7) minuti prima delle 24; negli anni le lancette sono state spostate 23 volte, ma adesso “l’ora X” è stata identificata proprio quest’anno: secondo gli scienziati di cui sopra, rimangono all’umanità SOLO 85 secondi (1 min e 25 sec), quattro (4) secondi in meno toccati l’anno scorso. Nel periodo 1991-1995, la distanza massima era di 17 minuti, dopo gli “accordi START”.

Queste poche note sono state tratte dalla relativa pagina di Wikipedia che, per avere un quadro più completo, consiglio di consultare perché sono riportati, in un’apposita tabella: anno, ora, minuti alla mezzanotte e soprattutto la motivazione, a partire dal 1947 (l’inizio) fino ad oggi, motivazione che sembra un “bollettino di guerra”, definito senza sarcasmo dallo scrivente, vista la drammaticità della situazione attuale.
Mi rendo conto che la lettura risulta un po’ inquietante, perché lo scopo dell’orologio è la cartina di tornasole per rendere, in forma pratica le tensioni alle quali oggi, il mondo è sottoposto, dagli anni ’80 del secolo scorso quando parlare di Apocalissi, mondi apocalittici, post atomici e post apocalittici, era compito esclusivo della fantascienza, con uno dei suoi sottogeneri più fortunato: i film catastrofici.
«Ci hanno subissato di libri e di film sull’incomunicabilità tra gli esseri», si legge a pagina 56. E l’elenco sarebbe molto lungo e mi riservo di tornare, in futuro, sull’argomento.

Oltre alle profezie, come accennato sopra, l’autore analizza se è “Tempo di Apocalisse” (pag. 15); si chiede se abbiamo “Un futuro senza avvenire?” (pag. 23); dei “Profeti in Vaticano” (pag. 113); della “Profezia Mariana” (pag. 155), dei Suoi messaggi, “Da Fatima a Medjugorje” (pag. 199), fino a “Cosa ne pensa la Bibbia” (pag. 231), “La donna e la salvezza del mondo” (pag. 239), arrivando alla “Conclusione” (pag. 273) che si apre con la frase: «Chi ha orecchie da intendere, intenda!»(Vangelo di Luca).

Ma, se nell’ultimo capitolo (pag. 275), lascia uno spiraglio di speranza, consapevole però che «Un passo sbagliato potrebbe essere l’ultimo» (E. Fromm, pag. 33); per finire con “Utopie e antiutopie” (pag. 279). «Ci salveremo se avverrà un miracolo», qui (pag. 38) — dove si parla indirettamente anche della questione relativa all’intelligenza artificiale — Gentili cita Ugo Spirito che definisce, tra l’altro, «l’ipotesi negativa di una distruzione radicale, che può giungere fino alla crisi totale»(3), sebbene, continua Spirito a pagina 40: «La reazione è immaginabile soltanto sul piano di un rimedio capace di sollevarsi a un ideale metafisico di proporzioni assolute».
Quello che io definisco “un grosso spavento”, che trova corrispondenza nel libro, proprio nelle ultime pagine dove l’autore, riportando il pensiero di altri studiosi, chiama “Il Punto Omega”, con il chiaro riferimento ad una «consumazione finale» (pag. 280), visto che l’Omega è l’ultima lettera dell’alfabeto greco (e anche questa è un’altra storia).

Il “Processo Catastrofico” (pag. 95) è già avviato, qui Gentili cita un altro famoso studioso, Roberto Vacca che nel suo libro(4), spiega: «Le nostre società più avanzate (omissis) potrebbero essere distrutte quasi istantaneamente per l’ingovernabilità dei sistemi che ci tengono in vita» e ancora «che i grandi sistemi organizzativi, tecnologici, associativi, continuino a crescere disordinatamente fino a raggiungere dimensioni critiche e instabili. A questo punto la crisi di un solo sistema non sarebbe sufficiente a bloccare le grandi concentrazioni metropolitane, ma una concomitanza casuale di congestioni in molti sistemi nella stessa area potrebbe innescare un processo catastrofico, che paralizzerebbe il funzionamento delle società più sviluppate conducendo alla morte milioni (o forse miliardi, nda) di persone» (pag. 9).

In quegli anni, anche se i concetti sopra espressi portano comunque a una conclusione che sembra inevitabile, il riguardo era rivolto, per forza di cose, ad una fatidica concomitanza casuale; ebbene, in pratica, chiamiamo tutto questo “Fantascienza”. Secondo il critico Meredith Burton: «La fantascienza non deve rassicurare, ma sconvolgere. Non deve raccontare il Paradiso che ci aspetta, ma tracciare le mappe dell’Inferno in cui viviamo»(5). Secondo voi, quanto siamo vicini alla fine?..

 

Note:
1. Appartenente alla congregazione di S. Paolo, fondata nel 1530 a Milano, e che dal 1545 ebbe sede nella chiesa milanese di S. Barnaba (donde il nome), Treccani.
2. Fu Papa Paolo III, nel 1611, ad istituire l’”Index Librorum Prohibitorium”, abolito solo nel 1961 da Papa Paolo VI.
3. U. Spirito, Che cosa sarà il futuro, Roma 1977.
4. R. Vacca, Il Medioevo prossimo venturo, Milano, 1978, pag. 207.
5. M. Burton in Ken Parker Magazine n. 25, Bonelli Editore, 1995.

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine

«Una sensazione cosmica», e non poteva essere altrimenti, visto che parliamo di stelle, nella fattispecie le stelle (o la Costellazione) del Cane Maggiore (Canis Major) il cui astro principale è, guarda caso, Sirio distante dalla Terra circa 8,6 anni luce, visibile nel periodo inverno-primavera nel settore boreale. È la più luminosa del cielo notturno e forse è stata scelta dall’autore del libro (Peter Heller, Dog Stars, 2012), da cui è tratto il film, perché il suo mito è presente in molte culture delle antiche civiltà. La citazione iniziale è tratta dall’anteprima, disponibile su Disney+, con brevissime interviste ai due protagonisti e al regista. A parlare è M. Qualley, l’attrice che interpreta Cima e vive con il burbero padre (G. Pearce), che così continua: «Talmente grande che ti ricorda quanto sei piccolo», un monito certo, ma il regista rincara la dose: «Dramma, paura, terrore, è tutto insieme, come una tempesta perfetta». Ridley Scott, che non ha bisogno di presentazioni, avendo realizzato due cult della fantascienza cinematografica moderna, prima Alien (1979), — con i due prequel — e Blade Runner (1982), conferma che è un «film sulla fine del mondo». Scritto da M. L. Smith e C. Wilkinson (non accreditato) e prodotto anche dallo stesso Scott, è stato quasi completamente girato in Italia, sulle Dolomiti, sebbene il libro sia ambientato in Colorado (USA), nel 2035.

La domanda è: quanto siamo vicini alla fine del mondo? Cosa succederà quando cadrà «la maschera della civiltà?». Diverse volte in passato ci siamo andati molto vicino, abbiamo quasi sfiorato l’Apocalisse: due guerre mondiali (la terza la stiamo vivendo “a pezzi” come sosteneva Papa Francesco), minacce nucleari e pandemie (in ordine cronologico: Febbre Spagnola, Vaiolo, Sars e Covid-19), con il pericolo anche della crisi ambientale, siamo a tanto così, — vi ricordo che solo nel mese di agosto sono usciti altri due film apocalittici o post apocalittici — e non abbiamo imparato niente, al contrario continuiamo a chiamarla Fantascienza? «Cosa facevi prima che il mondo finisse?», diventato ormai un classico, chiede Cima all’altro protagonista, Hig (J. Elordi) che prima di incontrarla viveva con il suo cane Jasper e a Bangley (J. Brolin), esperto di sopravvivenza, nell’hangar di un vecchio aeroporto, guidando il suo Cessna 182. La risposta, presa non dal film ma dallo speciale di cui sopra, è allo stesso tempo semplice, ma inquietante, come se stesse «cercando l’umanità!». Se semplicemente ci girassimo intorno, intorno a noi, tutti i giorni, e riuscissimo a vedere il mondo così com’è e non come vogliono farci vedere, sarebbe una gran bella cosa, perché migliorabile e di molto.

Forse non è arrivata ancora L’ultima spiaggia (S. Kramer, 1959), il tempo delle preghiere, l’altrettanto classico «Mio Dio!», una sorta di resa, della co-protagonista di Io sono leggenda (F. Lawrence, 2007), con Will Smith che laconicamente risponde: «Non l’ha fatto Dio, ma noi!». Per diversi aspetti i film sono simili, il rapporto con la natura che si riprende il suo spazio, l’attaccamento quasi morboso al proprio cane, ormai uno stereotipo, e quindi la convivenza con la fauna, anch’essa maltrattata dall’uomo, la strenua difesa dagli infetti. Il film è tecnicamente impeccabile, con una sceneggiatura solida, un’azzeccata scelta delle location, una suggestiva fotografia, che lo rendono quasi unico, ma per certi versi, alcuni contenuti sono già visti. Il look degli “scarafaggi”, i sopravvissuti violenti, la fuga sul piccolo aereo che fa fatica a decollare, ricalca il film Mad Max – Oltre la sfera del tuono (G. Miller, 1985), come il rapporto tra i due protagonisti, nell’opera di Miller, solo platonico, con la compianta rock star T. Turner che canta: «Dalle rovine, dalle macerie / Non posso commettere gli stessi errori, questa volta / Non abbiamo bisogno di un altro eroe…». Ed è tutto qui il significato intrinseco del film: commettiamo sempre gli stessi errori e anche se non ci serve un eroe (nel film di Scott, nessuno lo è), la vacuità raggiunta, la decadenza, il volto senza la maschera, la violenza sanguinaria, dove manca la speranza di una cura (a differenza di altre opere come la saga di 28 giorni dopo e World War Z (M. Forster, 2013), è ben raffigurato nel finale.

Quando arrivano alla meta, tutt’altro che paradisiaca, si accorgono che la realtà è ben diversa: il contrasto tra animali vivi (ce ne sono diversi) e imbalsamati, l’inquietante hostess, i due militari come due fantocci. Il bar, che non sembra assolutamente quello di Star Wars, dove gli avventori, simulacri di plastica senza anima, ad incarnare perfettamente il senso di solitudine e distacco (W. Smith nel film di Lawrence, riempie il negozio di dvd proprio con dei manichini, per avere il senso di una sorta di umanità fittizia, oggi così evidente. La scoperta della stanza dei documenti attaccati al muro tutti insanguinati, corpi macellati e chiusi in involucri di plastica a rappresentare il grado di orrore raggiunto dalla nostra civiltà, forse anche con un tocco di cannibalismo. Corpi carbonizzati, spalati con la ruspa, come in 2022 I Sopravvissuti, anche se nel film di R. Fleischer (1973), era peggio perché vivi, ma trattati sempre come spazzatura. Non può neanche minimamente rasserenare il ballo finale perché l’Inferno, è qui e ora, e chissà se un giorno riusciremo prima della fine, Dante docet: «A riveder le stelle».

 

Nota dell’autore:
Le URL sono state lette e aggiunte in Elenco Lettura al 02/09/2026 compreso.
Dove non specificato le citazioni sono tratte dal film.

Fonti:
https://www.fantascienza.com/31928/le-stelle-del-cane-anche-in-libreria
https://www.fantascienza.com/31782/ridley-scott-torna-al-cinema-con-il-post-apocalittico-the-dog-stars
https://www.fantascienza.com/31941/the-dog-stars-il-nuovo-film-di-ridley-scott-da-oggi-nelle-sale
https://www.mymovies.it/film/2026/the-dog-stars-le-stelle-dopo-la-fine/
https://www.mymovies.it/film/2026/the-dog-stars-le-stelle-dopo-la-fine/rassegnastampa/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/the-dog-stars-le-stelle-dopo-la-fine-jacob-elordi-nel-primo-trailer-del/n221238/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/jacob-elordi-elogia-ridley-scott-una-featurette-video-di-the-dog-stars-le/n230113/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/da-the-dog-stars-a-heart-of-the-beast-i-cani-rubano-la-scena-anche-al/n230525/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/the-dog-stars-la-reazione-dell-autore-del-romanzo-al-film-di-ridley-scott/n230657/
https://www.comingsoon.it/film/the-dog-stars-le-stelle-dopo-la-fine/66983/recensione/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/the-dog-stars-ridley-scott-abbiamo-girato-in-italia-si-mangia-meglio/n230551/
https://it.wikipedia.org/wiki/The_Dog_Stars_-_Le_stelle_dopo_la_fine

Credit:
https://www.mymovies.it/film/2026/the-dog-stars-le-stelle-dopo-la-fine/poster/1/

The Last House

«Quanto è inappropriato chiamare questo pianeta Terra quando è chiaramente Oceano!».
Questa frase, attribuita ad Arthur C. Clark padre di “2001”, è la tagline del film diretto da L. Leterrier e scritto da M. Robinson, disponibile su Netflix e apripista di altri due film catastrofici, in grado di far alzare la temperatura – si spera non letteralmente – degli appassionati del genere, con film come La fine di Oak Street (12 agosto) e soprattutto The Dog Stars (26 agosto), diretto da un maestro della FS cinematografica qual’è R. Scott.
Home Sweet Home. Casa dolce casa, quante volte l’abbiamo detta e ridetta questa frase, ma è proprio così o perlomeno, è sempre così? Sicuramente non lo hanno minimamente pensato i protagonisti, in un’ottima prova attoriale, la famiglia formata da padre, madre e due figli, maschietto e femminuccia, ad identificare quello che era il tipo classico.

Ma come in ogni film del filone catastrofico, quando arriva la tempesta «tutti si ricordano dov’erano», e ancora «un giorno tutto questo finirà, vedrai», una sorta di profezia fasulla, diventata quasi un tormentone per le opere di questo genere. L’interessante del genere apocalittico o post apocalittico forse non è il finale ma capire come tutto ha inizio e, a differenza di altre opere dove il terrore sale poco alla volta, qui, nell’opera di Leterrier la «suspense promette di dare ritmo e intensità a una storia che unisce thriller psicologico e fantascienza»(1), difatti all’ora di colazione, il momento dove ci si prepara insieme ad affrontare la routine quotidiana, la porta d’ingresso non si apre, come pure le finestre ed è impossibile persino rompere i vetri, poi cade la rete internet e stranamente c’è anche la scelta registica di non comprendere l’uso del cellulare e la comunicazione con i vicini è, per quanto possibile, scrivendo cartelli.

Per certi versi, l’opera del regista, a tratti spiazzante, perché la casa «diventa una trappola e un rifugio»(2). La pioggia che cade incessantemente, con lampi che sembrano emanati da un energia altra, diversa e che porta i protagonisti a formulare varie ipotesi, infatti le precipitazioni formano una sorta di barriera creata però da acqua di mare… «Qualunque cosa ci tiene chiusi qui dentro, non è opera dell’uomo» sentenzia il protagonista. Ma anche: «Oggi ho visto qualcosa là fuori…», dice la bambina, «e se là fuori qualcosa ci tenesse intrappolati?». Inoltre, quando arriva la parolina magica, gli “alieni”: «perché ci chiuderebbero nelle nostre case?», in particolare «perché dovrebbero rinchiuderci per sempre?». Il concetto di porta chiusa, è uno stereotipo dei film di FS e horror, film come Non aprite quella porta (T. Hooper, 1974) o Quella villa accanto al cimitero (L. Fulci, 1981), ma anche Signs (M. Night Shyamalan 2002), con l’alieno chiuso nel ripostiglio, non si comprende appieno il perché di questo espediente, sebbene la famiglia protagonista e quelle del vicinato sono tutte nella stessa situazione, ed «era molto facile sentirsi soli».

Gli autori, regista e sceneggiatore, per creare una situazione di emergenza e di sopravvivenza, come è d’obbligo ultimamente per la fantascienza speculativa, si sono avvalsi della consulenza di Megan Hine esperta di sopravvivenza rendendo coerente il passare del tempo con le esigenze di una trama, «all’interno di una cornice sovrannaturale»(3), per niente leggera e dei protagonisti che si evolvono insieme ad essa. Di conseguenza passano i giorni, le settimane e i mesi, molti si arresero o morirono di fame come afferma la voice over della bambina, nel frattempo diventata adolescente dopo ben 5 anni e «il mondo esterno» è diventato «strano e pericoloso»; vi ricorda qualcosa?

Primo dilemma, abbastanza elementare, mentre sale la tensione, si alza l’asticella della visione, se lo guardiamo da un’altra prospettiva: il mondo che cade in rovina; la natura, flora e fauna, che si riprende il suo naturale predominio, relegando l’uomo nell’unico posto NON sicuro, la propria casa, dalla quale cercano di scappare. Solo la moglie riesce a uscire — la mano che si vede nel poster — dal comignolo per cercare le medicine per la figlia che si è ferita, il camino, una sorta di falla, un tunnel come una backdoor, per uscire dall’incubo. E questo porta alla domanda delle domande: Come ci comporteremmo se la situazione mondiale attuale dovesse peggiorare? Sapremmo esattamente cosa fare? Non può bastare razionare l’acqua, il cibo (i coniugi tolgono le assi del pavimento ad una stanza al piano terra e improvvisano un piccolo orto con le poche risorse rimaste); dove prenderemmo l’energia elettrica, la benzina (l’uomo cerca di sfondare la porta del garage invano), i medicinali, come detto, ma soprattutto se questi non dovessero bastare, perché c’è bisogno di un intervento pur banale come può essere una fastidiosa appendicite, ci opereremo da soli? Questa non è fantascienza, ma il saper far fronte alle esigenze che la realtà ci pone davanti.

Quindi quando «Arriva qualcosa…» (10 Cloverfield Lane, D. Trachtenberg, 2016),  devi essere in buona salute, anzi in ottima salute, forse addirittura una salute da supereroi, per cercare di uscirne indenni. Per quanto riusciremo a resistere? L’amara verità, si affaccia poco alla volta, ma è inesorabile, in tutti i sensi: «Non siamo più noi al timone di questa barca!». «Loro sono qui». Ancora una volta: chi sono Loro? Tornando al concetto di “Oceano”, «dimostra che non ci sono solamente cose che non sappiamo: ci sono cose che non possiamo sapere»(4). La ragazzina espone la sua opinione parlando di «creature mitologiche, creature marine», ed è plausibile che, siccome non conosciamo l’80% dei fondali (dal film), probabilmente vengono da lì, quindi «questo è il loro mondo» con la loro tecnologia che permette di mettere sotto controllo intelligente l’acqua del mare, — ecco il perché della pioggia incessante — con la quale controllano tutto.

Il regista francese, attinge a piene mani ad opere come la serie The Swarm – Il Quinto Giorno (qui il post) e soprattutto a The Abyss (J. Cameron, 1989) per la provenienza, dagli abissi, degli esseri e per il fatto che anche i tecnici sono rinchiusi nella piattaforma sottomarina, impossibilitati a uscire, come la famiglia nella casa, ma non per l’aspetto delle creature: Cameron le immagina, come eteree, diafane, empatiche e buone. Nella pellicola in questione invece ci troviamo di nuovo di fronte al solito “mostro alla finestra” e ancora una volta sottolineo il fatto che ciò che noi percepiamo come orrendo se possa o meno, creare una civiltà tecnologica, visto che emettono solo versi orribili, apparentemente senza un linguaggio compiuto.
Stavolta non svelerò il finale, con il classico colpo di scena, la Guerra DEL Mondo, è cominciata, mi limiterò a spiegare il tutto con una semplice metafora, una mia modesta opinione che sintetizza la visione e il significato del film con l’amara realtà che ci circonda, senza «un’attimo di pietà», perché l’orrore inizia sulla soglia, appena esci dalla porta di casa…

 

Note dell’Autore:
Dove non specificato le citazioni sono tratte dal film.
Le URL sono state lette e salvate prima dell’uscita del film.

Note:
1.https://www.taxidrivers.it/538553/trailers/the-last-house-il-nuovo-thriller-di-fantascienza-netflix.html

2.https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/video/2026/06/16/trailer-the-last-house-film-horror-1105546

3.https://www.awardseasonblog.it/anteprima-the-last-house-greta-lee-wagner-moura-netflix

4.https://ilzinefilo.wordpress.com/2019/02/20/coherence-2013/

Altre Fonti:

https://www.fantascienza.com/31917/fantascienza-cinema-e-tv-in-arrivo-in-agosto-coi-nuovi-film-di-abrams-e-scott
https://www.fantascienza.com/31802/the-last-house-ad-agosto-su-netflix-un-nuovo-claustrofobico-sci-fi-thriller
https://www.comingsoon.it/film/the-last-house/68994/scheda/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/scusa-posso-uscire-ecco-il-trailer-di-the-last-house-nuovo-thriller-di/n225015/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/the-last-house-netflix-svela-data-d-uscita-e-prime-immagini-del-thriller/n222005/
https://www.ilcineocchio.it/cinema/the-last-house-il-trailer-del-thriller-netflix-dove-nessuno-puo-uscire-di-casa

Credit:
https://www.awardseasonblog.it/anteprima-the-last-house-greta-lee-wagner-moura-netflix/

L’ultima Missione: Project Hail Mary

Un’atmosfera malinconica, ma epica. Questa, in estrema sintesi l’analisi del film diretto a quattro mani da Phil Lord e Christopher Miller, uscito da poco nelle sale. La sceneggiatura è di Drew Goddard, tratta dal romanzo di Andy Weir, prolifico autore, la cui opera prima è stata trasposta e adattata per lo schermo, dallo stesso Goddard, per il film The Martian, interpretato da Matt Damon, per la regia di R. Scott (2015). Qui invece il protagonista è Ryan Gosling che era già stato nello spazio nel film First Man (D. Chazelle, 2018), il quale per portare a termine la missione deve raggiungere la Stella Tau Ceti, nella Costellazione della Balena, distante 11,9 anni luce dalla Terra. Due missioni quindi totalmente diverse, come diversi sono i personaggi interpretati dall’ormai lanciatissimo Gosling, flemmatico e introverso nella parte di Neil Armstrong, scanzonato e a tratti comico, improvvisato astronauta e professore di liceo, come biologo molecolare Ryland Grace, riluttante e arruolato con la forza in quanto maggiore esperto della crisi universale che sta colpendo quasi tutte le stelle visibili, Sole compreso. Una minaccia silenziosa: minuscoli esseri, chiamati “Astrofagi”, cioè mangiatori di stelle, che appunto stanno lentamente consumando l’energia del nostro astro, catapultando di colpo la Terra verso un destino glaciale. L’idea del sole malato, non è del tutto originale, l’estinzione è già stata sfiorata anche nel film Sunshine (D. Boyle, 2007), dove l’ultima speranza è affidata alla nave Icarus II, il cui equipaggio, deve cercare di far esplodere un ordigno nucleare per riavviare la nostra stella. Nel film in questione, la nave si chiama invece Hail Mary, cioè “Ave Maria” anche preghiera, appunto, ma inteso più come ultima chance o per dirla con un velato sarcasmo “siamo alla frutta”! Grace si sveglia da solo sulla nave -gli altri due componenti dell’equipaggio sono deceduti nel viaggio, dal coma farmacologico indotto come se venisse di nuovo al mondo, ma come scopriremo non è letteralmente solo nel vuoto cosmico. Il suo compito è enorme: sconfiggere le cellule aliene, batteri che formano una sostanza vischiosa e densa, più o meno come il “cancro nero”, nella serie X-Files. Il protagonista trova un prezioso alleato in Rocky (battezzato così per il suo aspetto simile ad una roccia), dalle caratteristiche quindi più da Xenomorfo (v. Alien), che antropomorfe, diverso da noi e da altre creature extraterrestri come in Life – non oltrepassare il limite (D. Espinosa, 2017): un thriller claustrofobico ambientato sulla Stazione Spaziale Internazionale dove una cellula marziana evolve in un organismo letale, simile al già citato Alien, nulla a che vedere con l’empatico alieno “ragniforme” di Spaceman (J. Renck, 2024).
Due le trame da seguire: come portare al termine la missione calcolando tempi, energia e risorse alimentari e il rapporto tra le due, differenti specie. Senza fare troppi spoiler, la scelta di collaborare, la connessione tra mondi, si materializza nell’amicizia interstellare più improbabile della fantascienza moderna, per trovare uno scopo più alto. L’alieno, con la sua astronave dal particolare design, arriva dalla stella Erid, distante poco più di 10 anni luce dalla Terra e circa altrettanti da Tau Ceti, l’unico astro, dell’universo visibile, non infetto. Mentre le due astronavi danzano unite, in questo caso la musica di sottofondo (ottima la colonna sonora con il brano Sign of the Times dell’ex One Direction H. Styles, anche se solo in versione Karaoke) è più un tango, non un valzer alla “2001”, il vuoto interstellare è immanente e si percepisce la vastità del compito di Grace.
L’essere umano e l’alieno collaborano per la riuscita della missione, trovando un modo per comunicare, troppo veloce e troppo semplice, partendo dal linguaggio del corpo, non come in Arrival (D. Villeneuve, 2017), giustificato dal fatto che comunque il film, che dura circa 2 ore e mezza, non può seguire la naturale evoluzione dei progressi raggiunti. A parte le incertezze iniziali, molto meno evidenti come ne Il mio nemico (W. Petersen, 1985), nulla è lasciato al caso, e i due esseri accettano la sfida, consapevoli che sarà comunque difficile tornare indietro.
Come ampiamente spiegato in altri post, sebbene forse siamo sull’orlo dell’estinzione, «Il film si chiude su questa nota di fratellanza universale, mostrando come l’amicizia e la comprensione possano superare le barriere di razza e conflitto»(1). Un binomio questo, oggi messo totalmente in discussione e dove soprattutto non sembra esserci nessuna via d’uscita; dopo la “frutta” arriva il “dessert”, ma non sappiamo se riusciremo a gustarlo, o se ci andrà di traverso. Forse non ci resta che «Credere in Dio? Meglio dell’alternativa»… 

 

Nota:
1.https://it.wikipedia.org/wiki/Il_mio_nemico_(film)

Fonti:
https://www.fantascienza.com/31271/il-nuovo-trailer-di-project-hail-mary-svela-la-missione-interstellare-di-ryan-gosling
https://www.fantascienza.com/25686/diventera-un-film-anche-project-hail-mary-il-terzo-romanzo-di-andy-weir
https://www.fantascienza.com/30944/ecco-il-primo-trailer-di-project-hail-mary-adattamento-del-romanzo-di-andy-weir
https://www.fantascienza.com/31133/project-hail-mary-di-andy-weir
https://www.fantascienza.com/29809/project-hail-mary-l-adattamento-di-andy-weir-trova-il-suo-protagonista
https://www.mymovies.it/film/2026/lultima-missione-project-hail-mary/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/l-ultima-missione-project-hail-mary-l-autore-del-romanzo-svela-se-e-al/n218773/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/project-hail-mary-il-film-di-fantascienza-con-ryan-gosling-ha-terminato-le/n193895/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/l-ultima-missione-project-hail-mary-i-registi-rivelano-quanto-del-film-e/n218308/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/l-ultima-missione-project-hail-mary-le-prime-reazioni-all-avventura-di-ryan/n217919/
https://www.comingsoon.it/film/l-ultima-missione-project-hail-mary/67419/scheda/
https://it.wikipedia.org/wiki/Project_Hail_Mary
https://www.comingsoon.it/cinema/news/spaceman-nel-trailer-italiano-adam-sandler-e-solo-nello-spazio-o-forse-no/n172664/#google_vignette
https://www.mymovies.it/film/2024/spaceman/
https://www.mymovies.it/film/1985/il-mio-nemico/
https://www.comingsoon.it/film/il-mio-nemico/5852/scheda/
https://it.wikipedia.org/wiki/Sunshine_(film_2007)
https://www.mymovies.it/film/2007/sunshine/
https://www.mymovies.it/film/2026/lultima-missione-project-hail-mary/news/ryan-gosling-lultima-missione-ci-ricorda-cio-di-cui-siamo-capaci-come-esseri-umani/
https://www.comingsoon.it/film/l-ultima-missione-project-hail-mary/67419/recensione/

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https://www.mymovies.it/film/2026/lultima-missione-project-hail-mary/poster/0/

Predator – Badlands

Cacciatore o preda, il dilemma è antico quanto l’uomo. Ma se sei sempre stato cacciatore e ti ritrovi a dover lottare contro un intero pianeta, come reagiresti?
«Sono entusiasta che il pubblico assista sul grande schermo a un’avventura nella quale farà il tifo per un personaggio per il quale non ha mai parteggiato». È lo stesso regista Dan Trachtenberg, già autore del precedente capitolo (Prey, 2022), ambientato nell’epoca dei nativi americani e co-regista del live-animation Killer of killers (uscito solo pochi mesi fa), ad esprimere il concetto nell’Anteprima Documentario disponibile su Disney+. Detto già della saga (post) arrivata ormai al settimo capitolo, al contrario «Qui non sei il predatore sei la preda», ribadisce il concetto la Synth Thia/Elle Fanning, della famigerata Compagnia Weyland Yutani, la stessa di Alien, per intenderci, ad indicare il legame che diventa sempre più manifesto tra i due franchise, che aiuterà il Predator, nella caccia, per guadagnarsi il ruolo nel suo Clan degli Yautja. L’attrice che aveva esordito da piccolissima nella fortunata serie, prodotta da Spielberg, Taken -insieme alla sorella maggiore Dakota, a sua volta interprete nel riuscito remake La guerra dei mondi (S. Spielberg, 2005), protagonista di quel piccolo gioiello che è Super 8 (J. J. Abrams, 2011), dove il mostro alieno alla fine non è poi tanto mostro, così come il Kalisk, la preda per eccellenza e lo stesso Predator Dek, che gambe in spalla, si trasporta il mezzo busto superiore dell’androide che diventa una sorta di guida-grillo parlante, fino allo scontro finale con la creatura aliena e la sorella di lei, Tessa. Se la trama potrebbe essere tutta qui, sintetizzata, il film in realtà regge su tutta una serie di dualismi e similitudini, con i film precedenti, alcuni davvero interessanti. Il pianeta dei Predator, roccioso e desertico, e il lussureggiante Genna (il luogo di caccia che ricorda quello di Predators), ma molto più pericoloso «dove ogni cosa cerca di ucciderti», il termine curiosamente è simile etimologicamente all’ebraico Geenna: «una valle presso Gerusalemme … simbolo di distruzione eterna e tormento per i peccatori»(AI Overview). L’iniziale scontro tra i Predator, il Padre e i suoi due figli, il maggiore Kwei e Dek appunto, in una rivisitazione quasi biblica; il Padre (Njohrr), ordina al maggiore di uccidere il fratello minore che si rifiuta e viene giustiziato dal padre stesso. Altra considerazione da fare: la trasformazione nel fisico e soprattutto nell’aspetto dei Predator, ad iniziare dal primigenio (J. McTiernan, 1987), che lo stesso Schwarzenegger definisce «un mostro schifoso», passando per i vari look e sembianze dei precedenti capitoli, fino a quest’ultimo dalle fattezze più umane, meno treccine rasta, lineamenti del volto più addolciti e, a differenza degli altri che emettevano solo suoni gutturali e versi da bestie feroci, qui il Predator… parla(1)! La fantascienza ci ha mostrato diverse volte l’alieno parlante, classico esempio è la lingua Klingon in Star Trek, ora l’extraterrestre ha solo fattezze umane, e sebbene il linguaggio sia essenziale per lo sviluppo di una civiltà superiore in questo caso tecnologia, aspetto esteriore dell’alieno e il linguaggio finora non sembravano correre in un’unica direzione.  E se nel primo film, Schwarzy capisce che per contrastare le avanzatissime armi del Predator bisogna tornare all’antico, utilizzando trappole, trabocchetti e un micidiale arco, il tutto costruito con rami e liane, temprate con il fuoco, in Badlands il Predator fa lo stesso, si traveste con la corteccia e usa le armi «organiche» (Wikipedia) che trova in natura (piante letali in particolare), con una velata citazione non soltanto di Avatar (il rapporto con il pianeta stesso) e Aliens 2, per l’uso della suite, l’esoscheletro elevatore, nello scontro finale. Trachtenberg, in pratica riesce nel proprio intento, quello di ribaltare concettualmente luoghi, aspetti e situazioni, nonché il ruolo stesso del Predator e veramente alla fine si finisce per fare il tifo per lui che, stavolta, però non combatte contro gli umani, ma con tutto il pianeta (flora e fauna) e la sua «natura selvaggia e indomabile (che, nda) si ribella allo sfruttamento e alle logiche estrattive delle grandi corporation terrestri»(2). La Weyland Yutany, anche qui muove le fila per le sue losche trame e se nell’ultimo Alien Romulus (F. Álvarez, 2024), sono arrivati ad estrarre dallo xenomorfo un liquido «per dare all’uomo le caratteristiche degli alieni» (come ho scritto nel post), qui la preda più letale dell’universo, viene catturata per studiare le sue incredibili capacità rigenerative, in quanto anche se gli stacchi la testa essa rapidamente si riunisce al corpo. Eliminati tutti gli androidi guidati dall’A. I. (MU/TH/UR, in Alien semplicemente Mother), Dek, Thia e la piccola creatura che si scopre essere un cucciolo di Kalisk, fanno ritorno sul pianeta dove tutto è cominciato e dove tutto viene rimesso in gioco e i vari tasselli trovano la loro giusta collocazione. Attraverso quindi i vari binomi che sono sia dualismi che ossimori si scopre che la «sensibilità è debolezza», ma anche che non sempre ciò che è brutto sia per forza cattivo e che se il Figlio è sacrificabile, anche il Padre a volte lo è, a ribadire che tutto il nostro passato forse è da rivedere, se dopo arriva, con tanto di astronave, la Madre…

 

Note:
1.Il linguista Britton Watkins ha sviluppato per il film un linguaggio scritto e verbale coerente per i Predator (Wikipedia).
2.https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/rassegnastampa/1743685/

Fonti:
https://it.wikipedia.org/wiki/Predator:_Badlands
https://www.fantascienza.com/31147/ecco-l-ultimo-trailer-di-predator-badlands-al-cinema-il-6-novembre
https://www.fantascienza.com/index.php/31235/arriva-al-cinema-predator-badlands-dove-protagonisti-sono-gli-alieni
https://www.fantascienza.com/30999/nel-nuovo-trailer-di-predator-badlands-spunta-fuori-la-weyland-yutani
https://www.fantascienza.com/index.php/30899/dan-trachtenberg-e-pronto-per-un-nuovo-progetto-di-predator
https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/
https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/pubblico/?id=1743715
https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/rassegnastampa/1743685/
https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/rassegnastampa/1743881/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/predator-badlands-il-regista-sul-personaggio-di-elle-fanning-ha-un/n200024/

Credit:
https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/poster/0/

Fretta, fretta, fretta, maledetta fretta

«No, non ho detto gioia, ma noia noia noia, maledetta noia», così cantava il grande Franco Califano (1976), e chissà se a scriverla adesso non avesse cambiato il testo e la parola che, forse sta alla base della nostra, precaria, situazione attuale, la fretta. Solo pochi secoli fa Galileo Galilei affermava che «Eppur si muove», in realtà «il mondo gira nello spazio senza fine» (J. Fontana) alla velocità di circa 1670 km/orari (all’equatore), anche se noi non ce ne accorgiamo, ma abbiamo tutti la netta sensazione che “il mondo” inteso non in termini astronomici, viaggi a velocità assai più elevate: da fantascienza! Nel terzo film della fortunata saga di Ritorno al futuro (R. Zemekis, 1990), quando i protagonisti, Marty McFly e Doc Brown, intrappolati nel vecchio west perché impossibilitati a far funzionare il motore della DeLorean (la macchina del tempo), e quindi non potendola portare autonomamente a raggiungere le 88 miglia orarie utili per compiere il salto temporale, pensano quindi di farla spingere da una locomotiva. Purtroppo però alla fine del 19° secolo i treni non erano ancora così veloci, Marty chiede al macchinista se fosse possibile portare la locomotiva, per essere sicuri, a 90 miglia orarie, questa la laconica risposta: «90? Dannazione figliolo, ma chi può avere mai tanta fretta».

Tim Robbins nell’iconica scena
tratta da Le ali della libertà

Nel film Le ali della Libertà (F. Darabont, 1994), nella lettera che Brooks scrive ai suoi amici, dopo aver ottenuto la libertà condizionata, esprime la sua intenzione di «andarsene», in quanto avendo passato tutta la sua vita in carcere, a cosa può servire «un avanzo di galera» per di più «istituzionalizzato», tanto da non adeguarsi alla vita da uomo libero, dice loro: «miei cari amici, è incredibile come vadano veloci le cose qua fuori, ricordo che una volta quando ero ragazzo vidi una macchina, ma adesso sono dappertutto, sembra che all’improvviso il mondo abbia una grande fretta». Sarà forse la nostra, la fretta di arrivare all’autodistruzione?

A un passo dal baratro
In Ultimatum alla Terra, il remake diretto da S. Derrickson (2008), il dialogo tra l’alieno Klaatu -giunto sulla Terra per salvarla da noi umani e lo scienziato premio Nobel, lo possiamo dividere in due parti:

«Ma non avete una tecnologia che possa risolvere questo problema?» (in questo caso la crisi ambientale, nell’originale di R. Wise del 1951, in piena guerra fredda, era l’olocausto nucleare, nda).
«Il problema non è la tecnologia, il problema, siete voi, vi manca la volontà di cambiare».
«Ci aiuti lei a farlo».
«Non posso, è la vostra natura, trattate il mondo come vi trattate fra di voi».
«Ma vede tutte le civiltà hanno il loro momento di crisi, prima o poi».

Quindi potrebbe essere questo il momento cruciale, il «punto di non ritorno» -per citare ancora Ritorno al futuro, che ora, adesso, la nostra civiltà sta vivendo? Potrebbe essere davvero il classico inizio della fine? La seconda parte del dialogo spiega:

«E molte (civiltà, nda), non sopravvivono».
«La vostra si, come?».
«Il nostro sole stava morendo dovevamo evolverci per sopravvivere».
«Quindi solo quando il vostro mondo è stato minacciato, siete diventati ciò che siete».
«Si».
«Beh è lo stesso per noi, lei dice che siamo a un passo dal baratro e ha ragione, ma è solo in quel momento che gli esseri trovano la volontà di cambiare, solo in risposta alla fine, c’è evoluzione: questo è il nostro momento, non toglietecelo, siamo vicini a quella risposta…».

Forse dobbiamo spingerci un po’ più in là, perché siamo ancora «Un pianeta di classe BA-3», cioè «Stadio iniziale di evoluzione. Futuro, incerto». È quanto afferma l’alieno Prot in K-Pax (I. Softley, 2001). Ma se il nostro futuro è incerto, per capire il nostro presente, cosa bisogna fare? Guardare al passato. Mi chiedo spesso come sia stato possibile che in soli 5.000 anni o poco più, cioè da quando il “Dio” dell’Antico Testamento, l’individuo chiamato Yahweh (in Gen. 1, 26 si fa riferimento al termine plurale Elohim), dopo aver “creato” l’Adam (obbligatoriamente con l’articolo, ad indicare una stirpe e non un singolo individuo), ci pose nel Paradiso Terrestre -in realtà l’etimo originale Gan-Eden identifica un “luogo recintato e protetto” -e non aver imparato niente dopo le due guerre mondiali, abbiamo noi sì trasformato il Paradiso nell’Inferno sulla Terra, senza più «nessuna umana pietà» e se lo dice Jena Plissken, uno dei più duri dei film di FS in 1997: fuga da New York (J. Carpenter, 1981), c’è da credergli. Perché «l’istinto a esercitare la violenza e a recare la morte sembra incuneato nei recessi più profondi dell’animo e del cervello umano (omissis) Un’amara riflessione che è difficile non condividere»(1).
In conclusione lo Starman dell’omonimo film (J. Carpenter, 1984) afferma che: «Date il meglio di voi stessi nelle situazioni peggiori», una flebile speranza.
Mentre nel finale del già citato Ultimatum alla Terra, «Come ultimo effetto, tutte le apparecchiature elettroniche e tecnologiche presenti sulla Terra vengono disattivate e tutta la razza umana piomba nel silenzio e nella riflessione»(2), ma forse anche un po’ di paura, non guasterebbe…

 

Note:
1.Pier Luigi Gaspa, introd. in Sergio Toppi, Favola Toscana e altre storie, Edizioni NPE, 2025.
2. https://it.wikipedia.org/wiki/Ultimatum_alla_Terra_(film_2008)

Credits: https://www.cinematographe.it/recensioni/le-ali-della-liberta-recensione-film/

Megalopolis

Nel 1940 New York diventa la prima Megalopoli sulla Terra: una City con più di 10 milioni di abitanti. Una Metropoli, invece identifica una città con più di un milione di cittadini. Oggi, sparse per il mondo, ci sono una ventina di megalopoli, una decina -e non poteva essere altrimenti, proprio negli USA.
Il termine “Mega” però, rimanda ad un altro vocabolo, relativo ai cosiddetti Future Studies e cioè “Megatrends” che, in caratteri generali, descrivono i processi in grado di produrre cambiamenti a livello globale sul lungo periodo (anche più di una generazione), spesso legati a fattori strutturali quali: ambiente, demografia, energia, lavoro, innovazione scientifica e tecnologica. E qual’è il termine che, in un certo senso, li racchiude tutti? Avete indovinato: la città. Megalopolis.
Il nuovo film di Francis Ford Coppola (2 Premi Oscar), da poco nelle sale, è, a suo dire, una favola iniziata ben 45 anni fa, mentre scriveva la sceneggiatura per Apocalypse Now (Coppola è autore anche della saga de Il Padrino), che solo adesso dopo aver superato diverse vicissitudini ha portato a compimento.
Il film è un’utopia incastrata tra futuro, il materiale da costruzione, il Megalon, inventato dal protagonista e il passato visto che New York, diviene New Rome, non solo per i nomi (Cesar, Cicero, Crasso, ecc.), per i vestiti e i mònili dal gusto quasi retrò-imperiale; fino alla decadenza, rappresentata dalle enormi statue in marmo che prima si animano per poi cadere a pezzi, e la rinascita con i bozzetti della città futura, da ricostruire dopo una catastrofe, che in realtà non lo è più di tanto.
Il cinema di fantascienza, ci ha più volte mostrato, in ogni aspetto possibile, la città del futuro, mega facce, ma un solo scopo: riuscire a viverci. William Gibson, padre indiscusso del Cyberpunk, disse: «Non scrivo del futuro, scrivo della realtà contemporanea. È in posti reali, senza leggere fantascienza, che mi sono sentito più vicino al futuro, a Singapore, per esempio, a Berlino Est, Hong Kong, Città del Messico. Ovunque la vita sia diventata un’esperienza così estrema che se dovessi viverci io, passerei il tempo urlando» (s.f.).
Vista la situazione attuale, concetto ineccepibile, ma, ed è ciò che si chiede il protagonista -che sembra comandare il tempo, l’architetto Cesar Catilina/A. Driver): «Questa società, questo modo di vivere, sono gli unici possibili?». Certo che no o, quanto meno, forse.
Nel film 2022: i Sopravvissuti: New York è una super megalopoli da 40 milioni di abitanti, le case non bastano più, la gente è allo stremo, dorme dove capita, niente letti, poca acqua, scarsissime risorse di cibo, da una parte e, al solito, di tutto di più per i pochi ricchi… Il capolavoro di R. Fleischer (1973), viene spesso menzionato, soprattutto quando si tirano in ballo le teorie malthusiane. E come non citare, il capolavoro del cinema muto Metropolis (F. Lang, 1927), anche qui, in un futuro distopico (siamo nel 2026, cento anni avanti), un gruppo di potenti industriali governa la città, tiranneggiando sulla classe operaia costretta al continuo lavoro, relegata nel sottosuolo cittadino. Scenografia e fondali suggestivi, futuristici quindi per l’epoca e scene dal ritmo martellante come la famosa sequenza degli operai che si avviano, con l’identico passo ritmato a lavoro, immagine immortalata nel video Radio Gaga dei Queen. Classico esempio di città utopistica è la, anch’essa super megalopoli di Demolition Man (M. Brambilla, 1993), dopo uno spaventoso terremoto, la vecchia Los Angeles ha assorbito le città vicine di San Diego e Santa Barbara, diventando San Angeles, dove si vive, seppur in libertà, con regole assurde, -non è permesso nessun tipo di contatto fisico, sempre divisa in due: sopra i cittadini “modello” e sotto i “ribelli”, nelle fogne. La città degli angeli richiama, ovviamente quella di Blade Runner (R. Scott, 1982), ma anche quella violenta di Predator 2 (S. Hopkins, 1990), o la Detroit di Robocop (P. Verhoeven, 1987), entrambe sotto il dominio dei signori della droga.
E, in questo breve elenco, ma solo per non dilungarci troppo, visto che stiamo parlando della “grande mela”, una menzione, va al film 1997: fuga da New York (J. Carpenter, 1981), dove Manhattan è diventata una città prigione.
Potremmo continuare, perché poi ci sono quelle immaginarie, come le città di Capitol City (saga di Hunger Games), Dark City (A. Proyas, 1988), la Gotham City, della saga di Batman, fino alle simulazioni virtuali come la Los Angeles del 1937 nel film Il Tredicesimo Piano (J. Rusnak, 2000). Ma la fantascienza non è solo “la città”, i suoi must sono anche l’eroe, la donna (quasi sempre da salvare), l’alieno, il robot, il computer e lo scienziato (pazzo o no, fate voi). Volutamente tutto questo non c’è nel film del regista Italo-americano, almeno non nei termini indicati dalla FS, e più che una favola, a tratti sembra una sorta di Grande Bellezza, ma senza l’iperbole del film, premio Oscar, di P. Sorrentino.
Certo c’è l’incredibile materiale inventato dall’architetto che è, se vogliamo, l’unico elemento fantascientifico perché è polivalente, infatti può essere usato indifferentemente come materiale da costruzione, che in medicina e chirurgia come ristrutturazione di organi. Inoltre Coppola, come accennato fa largo uso di bozzetti, furbescamente induce lo spettatore ad immaginare, quindi senza uso di nessun green screen o CGI, che dir si voglia, in un connubio trans mediale tra fumetto e cinema.
Poco da dire infine sulla trama: l’intramontabile gioco a tre, padre-figlia-fidanzato, e le varie lotte, intestine o meno per il potere, con il più classico degli happy end.
Ma l’autore, semina, durante le due e passa ore di visione, una serie di mòniti lungo la strada: «Non lasciate che l’oggi distrugga il per sempre». E se è possibile creare il nostro futuro (il bambino che nasce appunto nel finale, mettendo tutti d’accordo), sei libero solo se «fai un salto nell’ignoto» (intervista a Domenica in).
L’ignoto, ecco il vero Megatrend della razza umana, puerile negare che il futuro è incerto, e non senza rischi, ma è lì davanti a noi, possiamo continuare a sognare, ce lo possiamo (ri)prendere, facendo sì enormi sacrifici ora, per poi magari, afferrare per davvero la Luna.

 

Fonti:
https://www.fantascienza.com/29618/megalopolis-quello-che-sappiamo-per-ora-sul-nuovo-film-di-coppola
https://www.fantascienza.com/30175/ecco-il-nuovo-trailer-di-megalopolis-stavolta-senza-citazioni-false
https://www.fantascienza.com/30256/megalopolis-il-progetto-piu-ambizioso-di-coppola-arriva-oggi-al-cinema
https://www.fantascienza.com/29859/megalopolis-di-francis-ford-coppola-esordira-al-festival-di-cannes
https://www.mymovies.it/film/2024/megalopolis/rassegnastampa/1726248/
https://www.mymovies.it/film/2024/megalopolis/
https://www.comingsoon.it/cinema/interviste/francis-ford-coppola-il-cinema-senza-limiti-il-mondo-senza-confini/n189269/
https://www.comingsoon.it/cinema/interviste/francis-ford-coppola-il-cinema-senza-limiti-il-mondo-senza-confini/n189269/#google_vignette
https://www.comingsoon.it/film/megalopolis/58373/recensione/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/megalopolis-proiettato-per-i-distributori-arrivano-le-prime-indiscrezioni/n176905/
https://www.comingsoon.it/film/megalopolis/58373/scheda/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/megalopolis-francis-ford-coppola-e-la-verita-sui-collaboratori-che-ha/n186970/ – google_vignette
https://www.comingsoon.it/cinema/news/megalopolis-un-nuovo-trailer-ancora-piu-visionario-e-barocco-dei-precedenti/n187180/
https://www.wired.it/gallery/20-citta-immaginarie-straordinarie-cinema-serie-tv/

credit:
https://www.mymovies.it/film/2024/megalopolis/poster/0/

The Swarm -Il Quinto Giorno

Nel film La Guerra dei Mondi, l’originale (The War of the Worlds, B. Haskin, 1953), tratto dall’omonimo romanzo di H. G. Wells (1898), considerato il primo romanzo di fantascienza e dove si narra della prima invasione al nostro pianeta, la protagonista Ann Robinson (che apparirà insieme all’altro protagonista Gene Barry, in un cameo nel riuscito remake di Spielberg del 2005), all’affermazione del generale che, dopo l’attacco la Terra verrebbe distrutta dopo soli sei giorni, ella risponde con: «lo stesso tempo che ci è voluto per crearla…».Ovvio quindi fare riferimento alla Bibbia e, in particolare, alla Genesi(1) che nei primi versi spiega, quasi dettagliatamente il succedersi dei giorni -di seguito riportati in sintesi, e dell’opera di Dio. Primo Giorno: Dio crea il cielo e la Terra, poi la luce che chiamò giorno e le tenebre notte. Secondo Giorno: Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento (cielo). Terzo giorno: Dio chiamò l’asciutto terra, mentre chiamò la massa delle acque mare. Poi fece crescere germogli, semi e alberi da frutto. Quarto Giorno: Dio fece le due fonti di luce, cioè il sole per il giorno e la luna per la notte e le stelle. Se il Sesto Giorno, è incentrato sulla creazione dell’uomo e sull’annosa questione dell’uso del plurale (“facciamo”) e il Settimo Giorno si riposò, cosa è successo nel Quinto Giorno?

Nel quinto giorno, oltre agli uccelli, Dio creò tutte le creature acquatiche, ma anche i mostri marini. Ecco quindi, il perché del titolo della serie tv The Swarm – Il Quinto Giorno, una produzione internazionale, che vede coinvolte diverse emittenti, tra cui anche Rai Fiction e dove nel cast l’attrice di spicco è Barbara Sukova che interpreta la prof.ssa K. Lehmann. La sceneggiatura invece è tratta dal romanzo di Franck Schätzing (Der Schwarm, 2005), gli autori si sono avvalsi della consulenza di due esperti, la prof.ssa A. Boetius ricercatrice polare e in acque profonde e del dott. J. Copley, professore di esplorazione oceanica presso l’Università di Southampton.

Le prime otto puntate (la prima stagione), sono dirette da: B. Eder, L. Watson e P. Stölzl, disponibili su Rai Play. Titolo affascinante, quindi, ma per capirne bene trama e contenuti, dobbiamo necessariamente partire da un personale assunto: Ci è stato fatto credere, per giustificare la “corsa allo spazio”, che ormai abbiamo esplorato tutto il pianeta Terra. [Corsa allo spazio, che per il momento, non è andata oltre qualche sporadico “allunaggio” sul nostro satellite e all’aver lanciato sonde verso gli altri pianeti, in particolare Marte, e che alcune di queste viaggiano da anni nell’abisso dell’ignoto]. Ma la verità è che, così come non conosciamo bene la faccia nascosta della Luna (dicono che sia poco interessante!), non conosciamo ancora “a fondo”, i due terzi de “l’altra faccia del pianeta Terra”: il Mare, appunto. Ed è proprio da lì, come avrete capito, che arriva la minaccia. Crisi ambientali a parte, in tutto il mondo iniziano ad evidenziarsi «strani fenomeni»(2). E se non si è preparati, gli attacchi sono a dir poco sorprendenti(3). Tutte le creature acquatiche, di colpo sembrano trasformarsi in vere e proprie armi: prima i cetacei (balene e orche, da non perdere il primo attacco di una Megattera), poi crostacei (astici e granchi), fino ai “vermi del ghiaccio” e ai mitili (vongole), addirittura evoluti in una nuova specie, portatori di in batterio che potrebbe rivelarsi pandemico. Quando la scienza si trova impreparata (per ovvi motivi, ma in questo caso propensa a nuove ipotesi), quando il divino non basta, se non a ricordare le famose “piaghe” bibliche, è proprio da un’astrofisica -questo il perché dell’assunto di cui sopra, che entra per caso nel discorso, ma poi si unirà al team di ricerca, che indica la possibilità di una terza via.

L’enigmatico simbolo dei nativi americani dal quale è tratta la parola “Y R R”

Un’intelligenza altra, ma per il momento non definita come aliena, al quale viene dato il nome di “YRR” (v. Foto), che potrebbe vivere nascosta negli abissi da centinaia di milioni di anni, fin dai tempi in cui c’era un solo continente (Pangea) e gli oceani erano una sola grande massa d’acqua, la “Panthalassa” (Paleozoico, 250 milioni di anni fa). Più o meno lo stesso concetto che è alla base del film Mission to Mars (B. De Palma, 2000), in quel caso si parlava di DNA alieno che, inviato sulla Terra, nella stessa Era, si sarebbe poi evoluto in DNA umano. Qui, si parla di organismi monocellulari che però hanno l’incredibile capacità di trasformarsi, combinandosi in un organismo, pluricellulare, complesso. Anche se quindi ne condividiamo il passato, dalle immagini si evince che la serie deve molto al cult di J. Cameron, The Abyss (1989), anche per la presenza della famosa onda. Nel film del regista di Terminator e Avatar, era un’intelligenza altamente evoluta, in possesso di una tecnologia che noi ancora oggi siamo ben lungi da realizzare. I ricercatori, in grado di dare una risposta, tra molte ipotesi, hanno diverse idee, ma lo stesso fine di trovare un modo per comunicare, un linguaggio idoneo: «un territorio ancora inesplorato», ma che la FS, ha ampiamente tracciato in diverse opere. L’Alterazione chimica-biologica, è un «qualcosa che ha trasformato i mari in un’arma contro di noi», ma se non c’è una spiegazione plausibile, bisogna necessariamente mettere in discussione le nostre conoscenze, al di là dei danni causati dalla componente antropica. Comunque una strada molto pericolosa, perché non riuscire a trovare la verità nella scienza come la comprendiamo, abbattere le fondamenta sulle quali poggia l’attuale paradigma, potrebbe scatenare un enorme sconvolgimento nella psiche umana. L’Ultimatum alla Terra è lanciato, non sappiamo quando verrà il giorno, a noi resta, per il momento, la possibilità di ammirare una serie che, con un rinnovato linguaggio cine-televisivo, un montaggio dinamico e un’ottima fotografia, si lascia vedere, dal primo all’ultimo degli episodi (volutamente senza titoli, se non la progressione numerica), però tutta di un fiato o se preferite… in apnea.

Note e fonti:

1. Genesi, Cap. 1, Vers. 1-31.

2. https://www.fantascienza.com/29482/il-quinto-giorno-arriva-sul-piccolo-schermo

3. Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/The_Swarm_-_Il_quinto_giorno

Credits:

In foto elaborazione grafica di Giuseppe Nardoianni

Il mondo dietro di te

«Un giorno ripensandoci, ci rideremo sopra, fidati…». A pronunciare le classiche ultime parole famose, presenti però solo nel trailer, è la credibile star, raramente alle prese con una pellicola oltre confine, Julia Roberts, protagonista de Il mondo dietro di te (tit. or. Leave the world behind), scritto e diretto da Sam Esmail, prodotto da Netflix e uscito direttamente in streaming. «Dentro di noi lo sapevamo tutti che questo giorno sarebbe arrivato», è invece la tagline. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Rumaan Alam, bestseller 2020, qui anche produttore esecutivo. Si inizia con una visione dallo spazio del pianeta Terra, con il sole che sorge, annunciando una vivida alba, molto simile a quella vista in film come Segnali dal futuro (A. Proyas, 2009), titolo e film citati non a caso, ma lo stesso e il regista, devono molto anche ad altre opere, in particolare a E venne il giorno (M. Night Shyamalan, 2008), non solo per l’angoscia che vi traspare, aumentata da riprese quasi simmetriche e dalla presenza di figure geometriche in antitesi come rettangoli (la piscina) e cerchi (l’aiuola). Diviso in capitoli, ad iniziare da “La casa”, dove si svolge gran parte dell’azione: e dove credi di essere al sicuro prima che due estranei, padre e figlia, in realtà i proprietari, bussino alla porta. Ma la prima scena disturbante è il lento arrivo di una petroliera che  poco a poco, fra l’imbarazzo dei bagnanti, ne assistono impotenti al naufragio sulla sabbia, effetto un po’ forzato perché, secondo logica quest’ultima, dato il pescaggio, si sarebbe dovuta arenare molto prima di arrivare sulla battigia e oltre. Di colpo tutta la tecnologia inizia a non funzionare, l’ipotesi più concreta è all’inizio, quella di un cyber attacco, c’è solo il tempo di ricevere un National Alert, uguale al Presidential Alert di Greenland (Ric R. Vaugh, 2020), con G. Butler, protagonista anche di Geostorm (D. Devlin, 2017). Come nel film di Shyamalan, anche la natura fa la sua parte, oltre ai soliti stormi di uccelli che fuggono nella stessa direzione, di particolare rilievo è il simbolismo dei cervi, quasi inquietanti, presenti, come accennato nel film, nella mitologia mesoamericana, che si avvicinano senza timore agli umani, quasi per un tentativo di comunicazione. Allora «Se non sei paranoico, forse è troppo tardi», e di fatto cadono aerei, prima uno, di cui si vedono i rottami sulla spiaggia, poi un altro, un altro ancora sorvola la zona lanciando volantini in arabo, inneggiando alla guerra contro gli Stati Uniti. «Conoscere gli schemi che governano il mondo, devi saper leggere la curva, se la studi come faccio io, puoi prevedere il futuro». La tensione si impenna, anche grazie ad una regia che nei momenti topici predilige inquadrature con prospettive aberrate; dopo i telefoni in tilt perché evidentemente anche i satelliti per le comunicazioni hanno smesso di funzionare, si sentono esplosioni in lontananza e un forte ronzio, un «frastuono» talmente forte che non serve proteggersi le orecchie, e che suggerisce l’uso di «armi a microonde». Un timido tentativo di fuga dall’incubo di tutta la famiglia, fallisce perché all’improvviso, sulla strada che sembra deserta, si scopre una moltitudine di macchine bianche, tutte uguali e tutte dello stesso famoso marchio, che all’improvviso ti vengono addosso, come in un assurdo videogioco, con il parabrezza come schermo. Eppure è nei dialoghi, -che andrebbero analizzati e sviscerati, più che nelle immagini, dove il film sembra sostenere sè stesso; in uno di questi tra la Roberts e il proprietario della casa, l’attore Mahershala Ali afro-americano, dettaglio da non trascurare, come vedremo, si intravede uno spiraglio: «La congrega malvagia che governa il mondo»; «Nessuno ha il controllo, nessuno muove i fili», ma il senso del discorso che apparentemente sembra complottista, vira in direzione opposta perché anche se ai piani alti possono avere le «informazioni giuste», quando però capitano eventi così nel mondo «persino i più potenti possono soltanto sperare di ricevere una soffiata». Ed ecco che uno schema, appare davvero, Prima Fase: Isolamento; Seconda Fase: Caos Sincronizzato; Terza Fase: Colpo di Stato; poi la guerra civile e il collasso. Fasi fin troppo simili alle famigerate Tre Alternative, proposte dalla Jason Society nel 1957 al Presidente Eisenhower, per una riduzione drastica della popolazione mondiale. «Finzione e/o Realtà»?, -l’interrogativo è mio, ma questo è il titolo del servizio del settimanale della Rai “TV7”(1), a firma di uno dei più famosi giornalisti italiani, Marco Varvello, per anni corrispondente prima da New York, poi da Londra, che usa il binomio che salta sempre fuori quando si ha a che fare con la fantascienza e un possibile futuro distopico. Forse molti non se ne sono accorti, ma fra i titoli di testa del film, tra i produttori, figura anche la Higher Ground, i cui soci fondatori sono l’ex coppia Presidenziale degli Stati Uniti: Barak e Michelle Obama! Il regista ha confermato che Obama stesso «gli ha fornito degli appunti sulla sceneggiatura»(2), mentre nel servizio succitato, ha dichiarato che il film è «un ammonimento su quello che potrebbe accadere». Quindi Varvello, continuando sulle immagini reali di scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, snocciola tutta una serie di concetti che non fanno ben sperare, infatti gli «strateghi del Pentagono», sono convinti che la «minaccia esistenziale», creerebbe il «caos», che porterebbe ad una «guerra civile ingovernabile», dove salterebbero le comunicazioni, internet verrebbe disattivata (proprio come accade nel film, nda), attaccato il «sistema di controllo aereo, le centraline digitali di auto, navi, voli di linea…». «La paura e il caos» regnerebbero ovunque, si inizierebbe dal vicino di casa, (ancora come nel film, nda), che improvvisamente diverrebbe il tuo «peggior nemico», fino agli «aspetti strategico-militari» e alla «guerra psicologica simmetrica». In definitiva: «La fragilità della nostra vita quotidiana che va in pezzi». Le scene catastrofiche diventano di colpo molto realistiche quindi, al solito: «Qual’è la verità?». Il momento cruciale di tutta la pellicola è il dialogo di cui sopra. Come sempre, questa è solo la nostra modesta opinione, non siamo d’accordo: «sappiamo che è tutta una bugia», l’ennesimo tentativo di depistaggio, le molliche di pane lasciate per chi ha orecchie per intendere: a parlare è lui! È Obama stesso! Afroamericano come appunto l’attore. Non basta una congiunzione astrale, nè un eclissi totale, nè tantomeno la bandiera a stelle strisce sulla Luna, ormai consumata -da cosa, sè sul nostro satellite non c’è aria?, che possono fuorviare. Non servono dritte, nessun suggerimento alla sceneggiatura e al regista, è tutto ben visibile, per l’ennesimo tentativo d’informare in modo indolore, da parte di quello che è stato per otto anni l’uomo più potente del mondo e -credo di non essere il solo, colui che sapeva fin dai tempi del College che sarebbe diventato Presidente, lo stesso che, probabilmente, è stato due volte su Marte… Il mondo dietro di te, è niente più e niente meno, quello che si lascerà alle spalle il Nuovo Ordine mondiale!

Nota dell’autore:

Dove non specificato le citazioni sono tratte dal film.

Altre fonti:

credits:

Killers of the Flower Moon

Sono certo che vi starete chiedendo come mai un film dove non compare nessuno dei must -Ambiente a parte, del blog, possa essere preso in considerazione dallo scrivente.
La ragione è semplice: considero il popolo dei nativi, soprattutto nord-americani, come la civiltà più saggia che abbia mai visto la luce sul nostro pianeta, e non soltanto per questa umanità, ma fin dove ne serbiamo memoria, comprese quelle appartenenti al mito.
Iniziamo dal contesto storico: nel 1886 poco più di un secolo dopo l’Indipendenza (1776), il governo americano pose fine a quella che è riportata sui libri come “la questione Indiana”. L’ultimo ad arrendersi fu Geronimo (1829-1909) sciamano e capo guerriero Apache. Anche se una delle pagine più nere della storia americana avvenne pochi anni dopo, il 29 dicembre del 1891 a Wounded Knee, quando le mitragliatrici e la Cavalleria falcidiarono un intero villaggio, donne e bambini compresi.
W. E. Washburn, nel suo libro Gli Indiani d’America (Editori Riuniti, 1981) così scrive: «la presenza e l’impatto dei bianchi sulla vita indiana sono stati così imponenti che si falsificherebbe la storia se si cercasse di studiare gli indiani come se i bianchi non fossero esistiti…».
In realtà la storia è stata falsificata, si perché la mistificazione dei racconti da parte di esploratori, cacciatori, e coloni, fino agli scrittori e ai registi che vedevano nei nativi, solo dei selvaggi, non solo hanno impedito di comprendere la magnificenza e nobiltà della cultura indiana, ma soprattutto sembra abbiano giustificato, in un certo senso, il sistematico massacro compiuto ai loro danni.
Sterminati per il progresso? Per le mire espansioniste, nel Far West, degli Stati Uniti? Per la corsa all’oro? Niente di tutto questo, infatti -e questa è sola la mia modesta opinione, che il motivo, per il quale milioni di nativi, sono stati uccisi fin dai tempi dei conquistadores, è uno e uno soltanto: il loro stile di vita!
Loro non sapevano che cosa fosse il lavoro -almeno non nella visione occidentale, prendevano dalla natura, per la quale avevano un’autentica venerazione, solo quello che bastava per il loro sostentamento, ringraziavano e pregavano per ogni animale ucciso (proprio come si vede in Apocalypto di M. Gibson e in Avatar di J. Cameron), di conseguenza, avevano più tempo per dedicarsi agli affetti, alla famiglia, a tutte quelle attività di svago e creative che potessero alimentare in maniera positiva lo spirito e l’anima. Non capivano il concetto di proprietà, in realtà del tutto astruso, ma soprattutto non capivano che la terra -la “Madre Terra”, si potesse suddividere, trattare e mercanteggiare, e come molti non sanno, non sapevano assolutamente che cosa farsene del denaro! Per loro semplici pezzi di carta…
Eppure si sono fidati dei bianchi, dei “visi pallidi”, come ci chiamavano, e dei loro trattati: chiusi in riserve, malnutriti e decimati, a volte con l’uso di coperte infestate dal vaiolo, spesso con il tacere della Chiesa, i cui rappresentanti, i “Manti Neri” (i Preti, v. il film di B. Beresford, 1991), cercavano di imporre loro il cristianesimo, anche con metodi poco ortodossi, come nel caso di Alce Nero, capo guerriero della tribù Oglala, battezzato con il classico gavettone…
Fumare la pipa “il Calumet”, davanti a un bel fuoco era uno dei loro, innocenti piaceri, ma purtroppo, come vedremo, non il solo. In uno dei film che hanno rappresentato la svolta, riconsegnando la dignità a tutta la nazione dei nativi americani, Balla coi lupi (K. Costner, 1990), il Ten. John J. Dunbar che fino al contatto non sapeva chi veramente fosse, assimilato totalmente alla cultura dei “selvaggi”, riflettendo, definisce con un solo, significativo termine, la sua nuova condizione: «armonia».
Il rispetto per l’ambiente, dove ogni componente era sacro e l’armonia con il creato appunto, faceva sì che il loro grado di spiritualità fosse molto alto, tale da rendere poca cosa quello che è in noi oggi.
E se nel film di Costner i protagonisti, sono gli appartenenti alla fiera Nazione Sioux, nel film di Scorsese -che compone forse la più riuscita triade Hollywoodiana con altri due Premi Oscar, De Niro e DiCaprio (qui anche produttore esecutivo), e con la vera nativa Lily Gladstone, l’azione si svolge all’interno della Nazione Osage: “Il popolo del Cielo”, “Il popolo delle Acque di Mezzo” e il riferimento ai primi versi della Genesi, c’è tutto. Ambientato nei primi anni venti del secolo scorso a Fairfax in Oklahoma, i membri della tribù scoprono che sotto i loro piedi scorrono fiumi di petrolio, facendoli diventare di colpo «Il popolo scelto dal caso, con il reddito pro-capite più alto del mondo».
Tratto dal libro di David Grann(1), dal titolo Killers of the Flower Moon (letteralmente Gli assassini della Luna dei Fiori), ma tradotto in italiano con il titolo “Gli assassini della terra rossa”, narra anche delle investigazioni da parte dell’allora nascente FBI, il Federal Bureau of Investigation, forse al suo primo, importante caso, per quanto concerne gli omicidi ai danni, di uomini e donne, della nazione Osage, all’epoca dei fatti.
Il film però non ha convinto in pieno gli attuali Osage, perché secondo i vari consulenti, racconta il punto di vista dei bianchi, che si sentivano intoccabili perché era «più facile essere condannato per avere preso a calci un cane, che per aver steso un indiano».
Anche se il film inizia con una toccante cerimonia, dove viene seppellita una pipa che, al contrario, vale come “disseppellire l’ascia di guerra” (frase questa presente in tutti i western vecchia maniera), le immancabili contaminazioni culturali sfociano nell’alcool (l’”acqua di fuoco”, il solo vizio ereditato dai bianchi), a malattie come il diabete, la tosse canina e alle morti per «deperimento organico».
Tutto in contrasto con l’opulenza, le auto lussuose, gli abiti eleganti e raffinati gioielli, il conto in Banca… Cose che erano lontane anni luce da quella che era la vera essenza di tutti i nativi americani.
Scorsese, che quasi alla fine si regala un piccolo cameo, con una scrittura lenta, fatta di molti dialoghi, mette in scena una sorta di “regno del terrore”, dove i “bianchi” sciamano a flotte sull'”oro nero”, per appagare la loro brama di ricchezza e avidità, incuranti dell’innocente sangue versato per lavarsi una coscienza totalmente assente soprattutto nei protagonisti principali, “il Re”, De Niro, lo zio Massone del 32° livello e il nipote DiCaprio, soltanto una pedina, sacrificabile, nelle sue mani.
Non c’è posto per i fiori, in tanta violenza, sono presenti solo all’inizio con la distensiva vista di un prato con tutti fiori lilla e allegoricamente nei frames finali quando dall’alto viene ripresa una moltitudine di nativi che balla, intorno ai tamburi rullanti, come un immenso fiore che gira su sè stesso in una sorta di connubio con la natura. Un connubio sconosciuto all’uomo bianco, capace solo di fare terra bruciata al suo passaggio, e non un’immagine potente come la scena finale e la commovente, evocativa preghiera al “Grande Spirito”, di Chingachgook, alla morte del figlio, che lo rende, L’Ultimo dei Mohicani.

Note:
1. Altro libro di D. Grann è The Lost City of Z, da cui è tratto il film La Civiltà Perduta (qui la mia recensione).

Fonti:
https://www.mymovies.it/film/2023/killersoftheflowermoon/
https://www.mymovies.it/film/2023/killersoftheflowermoon/rassegnastampa/1709061/
https://www.mymovies.it/cinemanews/2023/184243/
https://www.comingsoon.it/film/killers-of-the-flower-moon/58030/scheda/
https://www.comingsoon.it/film/killers-of-the-flower-moon/58030/recensione/
https://www.mymovies.it/film/2023/killersoftheflowermoon/news/scorsese-e-dicaprio-ancora-una-volta-insieme/
https://it.wikipedia.org/wiki/Killers_of_the_Flower_Moon
https://it.wikipedia.org/wiki/David_Grann
https://www.comingsoon.it/cinema/news/killers-of-the-flower-moon-le-opinioni-contrastanti-dei-consulenti-osage/n167870/
https://www.ilgiornale.it/news/mondo/mio-antenato-alce-nero-non-mai-stato-davvero-cattolico-1478596.html
http://laschiavitudellavoro.blogspot.com/2015/11/gli-indiani-avevano-gia-capito-tutto.html

credit:
https://www.mymovies.it/film/2023/killersoftheflowermoon/poster/0/

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