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Incontro con Luca Parmitano

Giuseppe Nardoianni e Andrea Mattei
«Ci sono sere in cui la passione per certe tematiche ti porta letteralmente a toccare il cielo con un dito».
Giovedì 30 aprile u.s., durante un evento organizzato dall’ESA, è stato presentato, nell’Aula Magna dell’istituto T. Tasso di Salerno, il nuovo libro Camminare tra le stelle (Feltrinelli) firmato dall’astronauta Luca Parmitano e dal giornalista Emilio Cozzi.
Sul palco, ad affiancare Parmitano come moderatore del flusso di domande e curiosità, c’era l’amico Andrea Mattei con il quale mi pregio di firmare l’articolo che segue: la storia di una serata vissuta a metà strada tra la Terra e lo Spazio. L’incontro con un astronauta di tale profilo, è stato uno di quei momenti che lasciano il segno, anche perché i proventi del libro, per ragazzi, sosterranno borse di studio per programmi di mobilità studentesca internazionale. Nonostante la platea stracolma che ci attendeva, l’approccio di Luca è stato subito spontaneo e cordiale. Ci ha colpito un dettaglio in particolare: durante la breve presentazione nel backstage, ha scelto di non voler conoscere le domande che Andrea aveva preparato. Una prova di grande disponibilità e, soprattutto, di una rara voglia di dialogare senza filtri.
Prima di entrare nel vivo dell’intervista, Andrea ha introdotto Luca Parmitano ripercorrendo una carriera, che sembra uscita da un romanzo d’avventura quasi alla J. Verne, ma che è costruita su una disciplina ferrea: pilota collaudatore da oltre 2000 ore di volo e uomo delle istituzioni, già Medaglia d’Oro al Valore Civile, medaglia d’argento al valore aeronautico, Cavaliere di Gran Croce e Commendatore della Repubblica.
Da sottolineare il suo legame con lo spazio: uno degli undici astronauti ESA attualmente in attività, con 366 giorni vissuti sulla International Space Station (ISS) e sei “attività extraveicolari” (E.V.A.) e ricordare che è stato il primo comandante italiano della I.S.S. dove, appunto durante una di queste attività all’esterno della Stazione orbitale, ha gestito situazioni critiche come una perdita di acqua nel casco che rischiò di farlo affogare nel liquido di refrigerazione della tuta spaziale. Un incidente gestito con una calma fuori dal comune che serve a far capire la caratura dell’uomo che, oggi, ha persino un asteroide dedicato a lui. Al termine della presentazione, Parmitano ha sorriso perché ha voluto ribadire che tutto sommato la preparazione di un astronauta non deve essere necessariamente straordinaria ma si colloca esattamente nella media delle capacità umane.

Luca Parmitano e Andrea Mattei

La visione scientifica: barriere cosmiche e vita tra le stelle
Uno dei momenti più intensi dell’incontro è stato il racconto della riparazione dell’AMS (Alpha Magnetic Spectrometer, lo strumento cacciatore di materia oscura e antimateria), un progetto da 2 miliardi di dollari, guidato dal Premio Nobel per la Fisica Samuel Ting. Un’impresa titanica che ha coinvolto 600 scienziati da 16 Paesi. Come mostrato nella Serie TV La via per le stelle, il Prof. Ting, durante le fasi di progettazione della missione di riparazione, era una presenza costante alla NASA, capace di esercitare una pressione altissima su tecnici e astronauti. I test non andavano mai a buon fine: ogni tentativo rivelava nuovi punti critici, costringendo gli ingegneri a ripensare a strumenti e procedure; così il percorso per la riparazione dell’AMS si è prolungato fino a superare i 5 anni di lavoro continuo. Il Project Manager della NASA riassunse perfettamente il clima di quel periodo: «Quando hai a che fare con il Prof. Ting hai tre possibilità: stare in disparte a guardare il treno che passa; salirci sopra; oppure farti investire dal treno».
Luca si trovava esattamente su quel binario per salire sul treno, pronto a gestire una delle sfide tecnologiche più complesse mai tentate nello spazio, attività, che come complessità, era seconda solo alle missioni di up-grade dell’Hubble Space Telescope. Interessante la seconda parte del dibattito tra Parmitano e i giovani studenti che, seppur adolescenti hanno tenuto testa all’esperto astronauta. Alla domanda riferita a come ci si adatta in un ambiente di microgravità, arriva a coniare un termine riferito alla specie “homo”, definendo l’essere umano odierno come “Homo Spatialis” che per vivere nello spazio e mantenere una postura equilibrata l’evoluzione potrebbe portare allo sviluppo di un terzo arto inferiore, nella fattispecie una grossa coda che renderebbe molto più salda la postura bipede facendola diventare tripede. Sembra un concetto buttato lì a caso, non lo è. Nel 1982, il paleontologo Dale Russell, ipotizzò, un percorso evolutivo alternativo, diverso. Egli ritenne che il “Troodon”, un dinosauro predatore bipede se non si fosse estinto milioni di anni fa, avrebbe potuto evolversi in una creatura umanoide intelligente, definita appunto “Homo Saurus”. Per quanto riguarda l’espansione dell’uomo nell’universo Parmitano, dimostrando una certa apertura mentale cita anche il celebre scrittore americano Dan Simmons, recentemente scomparso, noto per aver elevato la fantascienza con opere complesse riferite all’espansione dell’uomo nell’universo, in una visione iperrealista e sociologica, nobilitando uno dei cardini della FantaScienza, la “Space Opera”, appunto.
Peculiare poi la spiegazione di alcune manovre spaziali come l’accensione dei motori o il cambio di traiettoria, fondamentali operazioni di routine, di tutte le missioni: l’astronauta ricorre, per visualizzare ancora meglio il concetto, alle famose caramelle “M&M’S”, i piccoli confetti al cioccolato multicolore che, se contenuti in un contenitore sferico, si muoverebbero avanti e indietro a seconda della spinta ricevuta. Curioso, ma non più di tanto, il ricorso alle gustose caramelline: nel film Mission to Mars (B. De Palma, 2000), il protagonista facendole cadere, nota che alcune di loro formavano casualmente, una sorta di elica come il DNA, intuendo così il modo per portare a termine la missione.
Arriviamo così alla domanda delle domande: «esiste la vita extraterrestre?». L’astronauta cita il film Contact (R. Zemekis, 1997), sostenendo che se non ci fossero «sarebbe uno spreco di spazio»! Entrando più in argomento però Parmitano si dimostra sì sincero e in linea con il mondo accademico, ricorrendo per forza di cose, all’assunto, secondo il quale le distanze sono così enormi che anche viaggiando alla velocità della luce (circa 300.000 km al secondo), ci vorrebbero centinaia se non migliaia di anni. Secondo la teoria della relatività, l’accelerazione di un corpo verso velocità relativistiche comporta un aumento esponenziale dell’energia cinetica necessaria, rendendo la velocità della luce un limite insuperabile per qualsiasi corpo dotato di massa. Domande che denotano una certa preparazione dei ragazzi coinvolti, ma noi, entrando più nel merito della questione avremmo voluto rivolgergli domande più specifiche e dirette. L’onestà intellettuale di Parmitano, come detto, è palese ma, e questo è una mancanza relativa a tutti gli studiosi che difendono, a volte strenuamente, le teorie ufficiali: in pratica, per noi alla fine di ogni assunto, teoria, ecc. dovrebbe essere conclusa con la frase “secondo le nostre attuali conoscenze”. Cosa significa? Significa che in un universo infinito con miliardi di stelle e pianeti (e in riferimento alla famosa formula di Drake) potrebbero esserci miliardi di civiltà intelligenti nel cosmo. Questo comporta il fatto che possano esserci civiltà molto più antiche della nostra, anche nel valore di migliaia se non centinaia di migliaia di anni e che quindi possano aver scoperto un sistema, una tecnologia per aggirare l’ostacolo della velocità della luce. Oppure che abbiano scoperto l’utilizzo dei cosiddetti tunnel di Einstein-Rosen, ipotetiche scorciatoie che basate sulle equazioni della relatività generale, connetterebbero due punti distanti del tessuto spazio-temporale, ritenuti teoricamente possibili. La speranza è quella che un giorno potremmo intercettare un segnale alieno, o magari una navicella robotica al pari delle sonde Voyager 1 e 2 che viaggiano ormai oltre i confini del Sistema Solare. Un giorno, magari tra centinaia di migliaia di anni, quando con estrema probabilità la razza umana si sarà estinta, le Voyager potranno essere intercettate da qualche civiltà extraterrestre e capiranno che in un angolo dell’Universo è esistito un pianeta rigoglioso di vita. Un’altra domanda che non è stata posta, poteva essere questa: «essendo stato nello spazio e svolto diverse E.V.A. ha mai visto un UFO (Unidentified Flying Object) e/o UAP (Unidentified Aerial Phenomena)?». Non possiamo saperlo, ma forse se ciò è accaduto, anche in passato e per altre missioni, resta l’incognita con solo un velato accenno agli “omini verdi con le antenne” e alle “Abduction”. L’incontro con il nostro astronauta italiano si è concluso così come era iniziato: sotto il segno della generosità. Dopo averci portato tra i confini della fisica con i misteri dell’AMS e dopo averci fatto sognare di fluttuare sulla Stazione Spaziale Internazionale, Luca Parmitano è tornato con i piedi per terra, ma solo per dedicarsi completamente a chi lo aspettava. Si è concesso con pazienza infinita a una lunga sessione di autografi e selfie, un rito, che per i tanti ragazzi presenti e non solo ragazzi… è stato molto più di un ricordo digitale. In quel momento, tra una firma sulla copia di Camminare tra le stelle e un sorriso in camera, è diventato chiaro il senso profondo del pomeriggio: non si trattava solo di celebrare un eroe dello spazio, ma di piantare il seme dell’ispirazione. Perché se è vero che le leggi della fisica rendono difficile viaggiare tra le stelle, incontri come questo dimostrano che sognare di farlo è ancora il motore più potente che abbiamo.

Grazie alla Feltrinelli di Salerno per la coordinazione dell’evento, in particolare a Mauro Leone e Silvia Tramontano. Un doveroso grazie anche a Roberta Stazi dell’ESA.

Note Bio autori:
Andrea Mattei, matematico e sviluppatore software, studioso della più antica delle scienze: l’astronomia.
Direttore dell’Osservatorio Astronomico San Marco di Salerno.
https://www.wcubed.it/smao/
Socio fondatore e già Presidente per circa 20 anni del C.A.N.A. di Salerno.
3 asteroidi scoperti e membro del M.P.C. (Minor Planet Center) e dell’A.A.V.S.O. (American Association of Variable Star Observers) e della International Astronomical Search Collaboration (I.A.S.C.)

Giuseppe Nardoianni
link Personal Studies

Oppenheimer: la bomba e… l’altra verità!

Un film complesso
Complesso da vedere, da metabolizzare e di conseguenza complesso da analizzare per poter dipanare il nocciolo della questione, in quanto le prospettive o se preferite le chiavi di lettura, sono diverse, perché toccano diversi livelli di conoscenza.
Tecnicamente impeccabile e con un cast stellare, anche se con una terza parte, effettivamente un po’ lunga, tesa a discriminare lo scienziato, ma anche l’uomo che sta dietro a esso: J. Robert Oppenheimer, padre della bomba atomica, ma fermamente contrario alla bomba “H” per il cui rifiuto fu costretto a subire quasi un processo per tradimento e affiliazione al comunismo, con revoca del Nulla Osta di Sicurezza dalla preposta Commissione, prima della definitiva riabilitazione.
Basato sul libro scritto a quattro mani da K. Bird e M. J. Sherwin dal titolo: “Robert Oppenheimer – Il Padre della Bomba Atomica (American Prometheus: The Triumph and Tragedy of J. Robert Oppenheimer)”, sceneggiato (con stesura in prima persona per immedesimarsi e far immedesimare maggiormente lo spettatore) e diretto da Christopher Nolan, regista profondo, che non lascia mai nulla al caso: «Uno dei progetti più impegnativi che abbia mai realizzato per la sua portata e per l’ampiezza della storia…»(1).
Il regista londinese, con all’attivo opere quali Inception (2010), e più propriamente Interstellar (2014) e Tenet, (2020) ha girato in formato IMAX, il suo preferito, con pellicola da 70mm. appositamente creata dalla Kodak, con un’ottima fotografia e montato con riprese sia a colori che in B/N, ad evidenziare le scene riferite a fatti storici.
Ma la sfida più impegnativa è stata la ripresa delle esplosioni, perché realizzate dal vero, cioè gli attori vedevano realmente le stesse, e quindi senza l’utilizzo della CGI (Computer-Generated Imagery, cioè immagini generate al computer).
Incentrato, come detto, sulla figura dello scienziato -interpretato da C. Murphy, nato a New York nel 1904 (dec. Princeton 1967), ma soprattutto sul Progetto Manhattan(2), di cui fu direttore scientifico, mentre la conduzione militare fu affidata al Generale L. Groves Jr./M. Damon (che tra l’altro supervisionò la costruzione del Pentagono), portato avanti nei primi anni 40, arrivò ad «occupare più di 130.000 persone e costò quasi 2 miliardi di dollari americani» (Wikipedia).
L’opera di Nolan: «L’avvincente paradosso di un uomo enigmatico che deve rischiare di distruggere il mondo per poterlo salvare»(3), è focalizzato sui rapporti professionali e personali che intercorsero soprattutto tra Oppenheimer, il generale, L. Strauss/R. Downey Jr., capo della Commissione per l’Energia Atomica degli USA, il primo ad accusarlo e gli altri scienziati, e dove ognuno svolse, come vedremo, un ruolo da protagonista effettivo sulla riuscita del progetto.
Ma il film indaga anche nell’intimo dello scienziato, sposato con due figli, con Katherine “Kitty” Puening/E. Blunt -biologa ex comunista, principale confidente, ma innamorato più del suo primo amore Jean Tatlock/F. Pugh con la quale ebbe un’ardente e tormentata storia d’amore.
Se al cinema l’argomento bomba atomica ha sempre funzionato (Il dottor Stranamore, S. Kubrick, 1964; The Day After, N. Meyer, 1983; L’ombra di mille soli, R. Joffé, 1989; A prova di errore, S. Lumet, 1964; Il giorno dopo la fine del mondo, R. Milland, 1962; L’ultima spiaggia, S. Kramer, 1959; I giorni dell’atomicaDay One”, J. Sargent, 1989), dove sono presenti anche ottime opere di fantascienza, la stessa smette l’abito fanta, per mostrare il lato nudo e crudo della realtà.
«Il mondo sta cambiando direzione» (la moglie), grazie a uomo che era «oltre il mondo in cui viviamo», lo stesso che ha dato agli uomini «il potere di distruggere sè stessi» (N. Bohr/K. Branagh), immaginando «un futuro terrificante», perché come sostiene lo stesso Oppenheimer: «Non la temeranno finché non la capiranno. E non la capiranno finché non l’avranno usata»; C. Murphy, dal volto «emaciato… arriva a nutrirsi di una sola mandorla al giorno per mantenere la magrezza del vero Robert Oppenheimer»(4), che desiderava «una scienza guidata da principi morali»(5), con la speranza che: «Il vostro lavoro garantirà una pace che l’umanità non ha mai visto», per sentirsi rispondere: «Finché non faranno una bomba più potente» (L. Garrison).
Personaggi e attori
Il film è un tripudio di figure di spicco della scienza in toto, con diversi premi Nobel, del tempo, passati e futuri e dove tutti, anche se solo per pochi secondi sullo schermo, sono efficaci per l’adeguata riuscita del racconto.
Partendo dal protagonista, C. Murphy (28 Giorni dopo, D. Boyle, 2002), per prepararsi al meglio per il ruolo che doveva ricoprire, oltre a leggere il libro, si è affidato al noto fisico Kip Thorne, già consulente di Nolan per Interstellar e il quadro che ne esce, oltre a una interpretazione quasi da Oscar, e che l’attore è riuscito a modellare il suo personaggio dove spiccano sia l’intelligenza che le problematiche morali dello scienziato. Oltre al generale L. Groves, definito: «motivato, guidato dal senso del dovere, irritante»(6), con il quale Oppenheimer instaurò un rapporto basato sul rispetto reciproco (degno di nota, il loro siparietto sul concetto del “quasi zero”, sulle percentuali di distruzione del mondo); una delle controparti è Lewis Strauss/R. Downey Jr., che ebbe un posto di rilievo nella politica atomica degli USA, fortemente voluto dalla produzione, trattandosi di un attore  istrionico, che calza alla perfezione il personaggio come una sorta di nemesi del protagonista.
Gratificante per entrambi, il rapporto tra Oppenheimer e lo scienziato Ernest Lawrence -interpretato da un ottimo J. Hartnet, che diede un enorme contributo all’acceleratore circolare, finalizzato poi come il Super-Collider. K. Branagh, interpreta invece lo scienziato Niels Bohr (Nobel per la Fisica nel 1922). La sua performance si basa su alcuni camei, ma fu il punto focale, oltre che per i colleghi dell’epoca, soprattutto per aver dato un enorme contributo alla meccanica quantistica, che proprio in quegli anni muoveva i suoi primi passi, anche grazie alle teorie di un altro scienziato: W. K. Heisenberg, l’attore M. Schweighöfer, che con il suo Principio di Indeterminazione postulato nel 1927, vinse anch’egli il Nobel per la Fisica nel 1932. Altro cameo per Enrico Fermi (Nobel per la Fisica nel 1938) e K. Gödel, il quale formulò il Teorema di Incompletezza che rivoluzionò la matematica. Ottimo dualismo nel film è quello con Edward Teller, interpretato da B. Safdie. All’epoca Teller avanzò lipotesi che allo scoppio dell’ordigno nucleare latmosfera tutta si poteva incendiare, anche se «le percentuali sono quasi zero», grazie ai calcoli effettuati da quello che è considerato “il padre della bomba a Idrogeno”.
Anche Frank Oppenheimer/D. Arnold, fratello minore di Robert, partecipò al Progetto Manhattan come fisico delle particelle, entusiasta del fatto che le riprese sono state effettuate in New Mexico dove i due fratelli sono cresciuti. «Viviamo in un mondo che è stato creato come una diretta conseguenza del Progetto Manhattan»(7), è l’analisi dell’attore G. Skarsgård che nel film interpreta Hans Bethe, il designer delle bombe esplose sia nel Test che a Nagasaki. Personaggio e interprete di spicco è il “saggio” Isidor Rabi/D. Krumholtz (il matematico protagonista della serie Numb3rs), qui nelle vesti di amico e consulente di Oppenheimer, nel test di Alamogordo; ancora genio, ma nella fisica nucleare e nella chimica. Altro antagonista è William Borden, l’attore D. Dastmalchian, esperto di sicurezza nazionale e direttore della Commissione Bicamerale del Congresso USA, anticomunista, fu lui che scrisse la lettera a J. E. Hoover, fondatore dell’FBI, sulla “spia” Oppenheimer. Buon ultimo, but not least, è Albert Einstein, interpretato da Tom Conti, è lo scienziato tedesco, naturalizzato americano, premio Nobel per la Fisica nel 1921, che, con la sua Teoria della Relatività aprì nuove strade per lo sviluppo della bomba. Lo stesso che, nel film, suggerisce all’amico Robert, paradossalmente, di condividere le sue scoperte con i nazisti in modo da salvare il mondo, non distruggerlo!
L’altra verità e le Teorie del Complotto
Un aneddoto narra che durante il Trinity Test, avvenuto il 16 Luglio 1945 nei pressi di Alamogordo, egli abbia pronunciato questa frase: «Sono diventato Morte, il distruttore di mondi». La citazione è tratta direttamente dal Bhagavadgītā, uno dei testi sacri dell’Induismo, che, insieme ad altri testi come il Mahabharata, contengono la descrizione di vere e proprie macchine volanti, denominate “Vimana”, in quelle che sembrano guerre atomiche. Ciò rimanda ad un secondo aneddoto, anche questo apocrifo, secondo il quale ad Oppenheimer durante una visita in un College, uno degli studenti gli abbia rivolto questa domanda: «È la prima bomba atomica esplosa sulla Terra?». Al che lo scienziato, con sicurezza rispose: «In epoca moderna, si!».
Come non pensare quindi, alla civiltà di Mohenjo-Daro, il cui sito, nella valle del fiume Indo, ancora oggi ha una radioattività di molto superiore alla norma e per questo non presente nei libri di storia? Inoltre, Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 Agosto 1945), come Sòdoma e Gomorra? Ecco cosa sostiene la Bibbia: «Quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore»(Genesi, 19:24). Uno dei termini più evidenziati nel film, perché molto significativo è: «compartimentazione», cioè ogni settore non doveva essere a conoscenza di ciò che facevano gli altri, ma anche individuare e contenere tutti gli aspetti dell’intera operazione, in modo da evitare le, immancabili, fughe di notizie. In effetti è possibile espandere il concetto all’intera scienza ufficiale: ogni branca della conoscenza umana, è appunto a compartimenti stagni. Noi studiosi alternativi, non abbiamo quest’obbligo, nè inutili pastoie, molto spesso frutto di disonestà intellettuale.

Lo Stato del New Mexico

Quindi vi invito a guardare con molta attenzione la mappa a sinistra. Rappresenta una vasta area dello stato sud occidentale degli USA, il vertice in alto, di un ipotetico “triangolo magico”, è la cittadina di Los Alamos, costruita nel periodo suddetto come una sorta di campo base per il Progetto Manhattan e che C. Nolan, ha potuto ricostruire solo in parte per effettuare le riprese. Il vertice in basso a sinistra è occupato dal centro abitato di Alamogordo dove appunto avvenne il già menzionato Trinity Test e la sua zona limitrofa sede tra l’altro della base di White Sands e del famigerato Progetto Mogul, quello dei famosi palloni sonda. Il triangolo si chiude con la cittadina che rappresenta il “Santo Graal” dell’ufologia: Roswell. Come ormai noto, non solo agli ufologi, nel luglio del 1947, esattamente due anni dopo l’esplosione della prima bomba atomica, a poca distanza avvenne il famoso schianto di uno o addirittura due UFO (oggi UAP: Unidentified Aerial Phenomenon). Da notare che Roswell al tempo era sede del 509° Stormo Bombardieri dell’Air Force, l’unico ad avere in dotazione l’arma nucleare. Da lì partì il Magg. J. Marcel, che rinvenne i resti dell’Ufo (i corpi degli alieni furono rinvenuti poco dopo, non da lui), più o meno nella zona segnata dalla stella nella mappa e che l’esercito fece passare come i semplici resti di un pallone sonda e i corpi come manichini… Certo, come ho sostenuto diverse volte, tutto questo sarà, per gli scettici, solo una semplice e pura coincidenza, e se invece non lo fosse? Molti ufologi sostengono che proprio l’utilizzo dell’ordigno nucleare abbia riacceso l’interesse, da parte di civiltà extraterrestri, della razza umana perché divenuti in grado di «imbrigliare l’energia dell’atomo» (dal film, Stargate R. Emmerich, 1994). E non finisce qui. Nel film compare anche Vannevar Bush, l’attore M. Modine, nel 1941 direttore dell’Ufficio di Ricerca e Sviluppo Scientifico del Governo, fu lui che sollecitò il comparto militare-industriale sul nucleare. Lo stesso Governo e lo stesso comparto che, nel 1947, all’indomani del suddetto schianto dell’ufo, lo mise a capo del cosiddetto “Majestic Twelve” (in codice “MJ 12”), un’organizzazione segreta voluta dal Presidente H. Truman, composta da scienziati, militari e governativi, tutti dotati del livello di segretezza “Cosmic Top Secret”, per secretare e insabbiare la realtà extraterrestre.
I teorici del complotto sostengono che col tempo, V. Bush accusò un forte stato depressivo perché voleva rivelare l’enorme segreto: fu suicidato, cadendo in circostanze mai chiarite del tutto, dalla finestra della clinica dov’è era ricoverato… Oppenheimer, quando viene ricevuto dal Presidente H. Truman, ammette: «mi sento le mani sporche di sangue», delicatamente e con una certa dose di ironia e disprezzo, Truman gli porge un fazzoletto bianco e mentre esce lo definisce «piagnone». Non ho il potere che ebbe Oppenheimer, non ho il potere di cambiare il mondo, ma anch’io ho a cuore il futuro di tutto il genere umano, «Immaginiamo un futuro e immaginarlo ci inorridisce» (Oppenheimer). Gli ultimi frames, sono dedicati al pianeta Terra, con vista dallo spazio mentre un’immensa esplosione inizia a mangiarsela: un mònito per l’umanità e sui nefasti, futuri sviluppi della guerra Russia-Ucraina, ma anche delle altre decine di conflitti, molti dimenticati, sparsi per tutto il mondo.

Credits:
Elaborazione grafica di giuseppe nardoianni
Nota dell’autore:
Dove non specificato le citazioni sono tratte dal film.
Data una certa difficoltà nel gestire citazioni, note e fonti (mappa compresa), l’autore si riserva di correggere dove opportuno, a seguito di segnalazioni da parte di altri autori, siti, ecc.
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