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Incontro con Luca Parmitano

Giuseppe Nardoianni e Andrea Mattei
«Ci sono sere in cui la passione per certe tematiche ti porta letteralmente a toccare il cielo con un dito».
Giovedì 30 aprile u.s., durante un evento organizzato dall’ESA, è stato presentato, nell’Aula Magna dell’istituto T. Tasso di Salerno, il nuovo libro Camminare tra le stelle (Feltrinelli) firmato dall’astronauta Luca Parmitano e dal giornalista Emilio Cozzi.
Sul palco, ad affiancare Parmitano come moderatore del flusso di domande e curiosità, c’era l’amico Andrea Mattei con il quale mi pregio di firmare l’articolo che segue: la storia di una serata vissuta a metà strada tra la Terra e lo Spazio. L’incontro con un astronauta di tale profilo, è stato uno di quei momenti che lasciano il segno, anche perché i proventi del libro, per ragazzi, sosterranno borse di studio per programmi di mobilità studentesca internazionale. Nonostante la platea stracolma che ci attendeva, l’approccio di Luca è stato subito spontaneo e cordiale. Ci ha colpito un dettaglio in particolare: durante la breve presentazione nel backstage, ha scelto di non voler conoscere le domande che Andrea aveva preparato. Una prova di grande disponibilità e, soprattutto, di una rara voglia di dialogare senza filtri.
Prima di entrare nel vivo dell’intervista, Andrea ha introdotto Luca Parmitano ripercorrendo una carriera, che sembra uscita da un romanzo d’avventura quasi alla J. Verne, ma che è costruita su una disciplina ferrea: pilota collaudatore da oltre 2000 ore di volo e uomo delle istituzioni, già Medaglia d’Oro al Valore Civile, medaglia d’argento al valore aeronautico, Cavaliere di Gran Croce e Commendatore della Repubblica.
Da sottolineare il suo legame con lo spazio: uno degli undici astronauti ESA attualmente in attività, con 366 giorni vissuti sulla International Space Station (ISS) e sei “attività extraveicolari” (E.V.A.) e ricordare che è stato il primo comandante italiano della I.S.S. dove, appunto durante una di queste attività all’esterno della Stazione orbitale, ha gestito situazioni critiche come una perdita di acqua nel casco che rischiò di farlo affogare nel liquido di refrigerazione della tuta spaziale. Un incidente gestito con una calma fuori dal comune che serve a far capire la caratura dell’uomo che, oggi, ha persino un asteroide dedicato a lui. Al termine della presentazione, Parmitano ha sorriso perché ha voluto ribadire che tutto sommato la preparazione di un astronauta non deve essere necessariamente straordinaria ma si colloca esattamente nella media delle capacità umane.

Luca Parmitano e Andrea Mattei

La visione scientifica: barriere cosmiche e vita tra le stelle
Uno dei momenti più intensi dell’incontro è stato il racconto della riparazione dell’AMS (Alpha Magnetic Spectrometer, lo strumento cacciatore di materia oscura e antimateria), un progetto da 2 miliardi di dollari, guidato dal Premio Nobel per la Fisica Samuel Ting. Un’impresa titanica che ha coinvolto 600 scienziati da 16 Paesi. Come mostrato nella Serie TV La via per le stelle, il Prof. Ting, durante le fasi di progettazione della missione di riparazione, era una presenza costante alla NASA, capace di esercitare una pressione altissima su tecnici e astronauti. I test non andavano mai a buon fine: ogni tentativo rivelava nuovi punti critici, costringendo gli ingegneri a ripensare a strumenti e procedure; così il percorso per la riparazione dell’AMS si è prolungato fino a superare i 5 anni di lavoro continuo. Il Project Manager della NASA riassunse perfettamente il clima di quel periodo: «Quando hai a che fare con il Prof. Ting hai tre possibilità: stare in disparte a guardare il treno che passa; salirci sopra; oppure farti investire dal treno».
Luca si trovava esattamente su quel binario per salire sul treno, pronto a gestire una delle sfide tecnologiche più complesse mai tentate nello spazio, attività, che come complessità, era seconda solo alle missioni di up-grade dell’Hubble Space Telescope. Interessante la seconda parte del dibattito tra Parmitano e i giovani studenti che, seppur adolescenti hanno tenuto testa all’esperto astronauta. Alla domanda riferita a come ci si adatta in un ambiente di microgravità, arriva a coniare un termine riferito alla specie “homo”, definendo l’essere umano odierno come “Homo Spatialis” che per vivere nello spazio e mantenere una postura equilibrata l’evoluzione potrebbe portare allo sviluppo di un terzo arto inferiore, nella fattispecie una grossa coda che renderebbe molto più salda la postura bipede facendola diventare tripede. Sembra un concetto buttato lì a caso, non lo è. Nel 1982, il paleontologo Dale Russell, ipotizzò, un percorso evolutivo alternativo, diverso. Egli ritenne che il “Troodon”, un dinosauro predatore bipede se non si fosse estinto milioni di anni fa, avrebbe potuto evolversi in una creatura umanoide intelligente, definita appunto “Homo Saurus”. Per quanto riguarda l’espansione dell’uomo nell’universo Parmitano, dimostrando una certa apertura mentale cita anche il celebre scrittore americano Dan Simmons, recentemente scomparso, noto per aver elevato la fantascienza con opere complesse riferite all’espansione dell’uomo nell’universo, in una visione iperrealista e sociologica, nobilitando uno dei cardini della FantaScienza, la “Space Opera”, appunto.
Peculiare poi la spiegazione di alcune manovre spaziali come l’accensione dei motori o il cambio di traiettoria, fondamentali operazioni di routine, di tutte le missioni: l’astronauta ricorre, per visualizzare ancora meglio il concetto, alle famose caramelle “M&M’S”, i piccoli confetti al cioccolato multicolore che, se contenuti in un contenitore sferico, si muoverebbero avanti e indietro a seconda della spinta ricevuta. Curioso, ma non più di tanto, il ricorso alle gustose caramelline: nel film Mission to Mars (B. De Palma, 2000), il protagonista facendole cadere, nota che alcune di loro formavano casualmente, una sorta di elica come il DNA, intuendo così il modo per portare a termine la missione.
Arriviamo così alla domanda delle domande: «esiste la vita extraterrestre?». L’astronauta cita il film Contact (R. Zemekis, 1997), sostenendo che se non ci fossero «sarebbe uno spreco di spazio»! Entrando più in argomento però Parmitano si dimostra sì sincero e in linea con il mondo accademico, ricorrendo per forza di cose, all’assunto, secondo il quale le distanze sono così enormi che anche viaggiando alla velocità della luce (circa 300.000 km al secondo), ci vorrebbero centinaia se non migliaia di anni. Secondo la teoria della relatività, l’accelerazione di un corpo verso velocità relativistiche comporta un aumento esponenziale dell’energia cinetica necessaria, rendendo la velocità della luce un limite insuperabile per qualsiasi corpo dotato di massa. Domande che denotano una certa preparazione dei ragazzi coinvolti, ma noi, entrando più nel merito della questione avremmo voluto rivolgergli domande più specifiche e dirette. L’onestà intellettuale di Parmitano, come detto, è palese ma, e questo è una mancanza relativa a tutti gli studiosi che difendono, a volte strenuamente, le teorie ufficiali: in pratica, per noi alla fine di ogni assunto, teoria, ecc. dovrebbe essere conclusa con la frase “secondo le nostre attuali conoscenze”. Cosa significa? Significa che in un universo infinito con miliardi di stelle e pianeti (e in riferimento alla famosa formula di Drake) potrebbero esserci miliardi di civiltà intelligenti nel cosmo. Questo comporta il fatto che possano esserci civiltà molto più antiche della nostra, anche nel valore di migliaia se non centinaia di migliaia di anni e che quindi possano aver scoperto un sistema, una tecnologia per aggirare l’ostacolo della velocità della luce. Oppure che abbiano scoperto l’utilizzo dei cosiddetti tunnel di Einstein-Rosen, ipotetiche scorciatoie che basate sulle equazioni della relatività generale, connetterebbero due punti distanti del tessuto spazio-temporale, ritenuti teoricamente possibili. La speranza è quella che un giorno potremmo intercettare un segnale alieno, o magari una navicella robotica al pari delle sonde Voyager 1 e 2 che viaggiano ormai oltre i confini del Sistema Solare. Un giorno, magari tra centinaia di migliaia di anni, quando con estrema probabilità la razza umana si sarà estinta, le Voyager potranno essere intercettate da qualche civiltà extraterrestre e capiranno che in un angolo dell’Universo è esistito un pianeta rigoglioso di vita. Un’altra domanda che non è stata posta, poteva essere questa: «essendo stato nello spazio e svolto diverse E.V.A. ha mai visto un UFO (Unidentified Flying Object) e/o UAP (Unidentified Aerial Phenomena)?». Non possiamo saperlo, ma forse se ciò è accaduto, anche in passato e per altre missioni, resta l’incognita con solo un velato accenno agli “omini verdi con le antenne” e alle “Abduction”. L’incontro con il nostro astronauta italiano si è concluso così come era iniziato: sotto il segno della generosità. Dopo averci portato tra i confini della fisica con i misteri dell’AMS e dopo averci fatto sognare di fluttuare sulla Stazione Spaziale Internazionale, Luca Parmitano è tornato con i piedi per terra, ma solo per dedicarsi completamente a chi lo aspettava. Si è concesso con pazienza infinita a una lunga sessione di autografi e selfie, un rito, che per i tanti ragazzi presenti e non solo ragazzi… è stato molto più di un ricordo digitale. In quel momento, tra una firma sulla copia di Camminare tra le stelle e un sorriso in camera, è diventato chiaro il senso profondo del pomeriggio: non si trattava solo di celebrare un eroe dello spazio, ma di piantare il seme dell’ispirazione. Perché se è vero che le leggi della fisica rendono difficile viaggiare tra le stelle, incontri come questo dimostrano che sognare di farlo è ancora il motore più potente che abbiamo.

Grazie alla Feltrinelli di Salerno per la coordinazione dell’evento, in particolare a Mauro Leone e Silvia Tramontano. Un doveroso grazie anche a Roberta Stazi dell’ESA.

Note Bio autori:
Andrea Mattei, matematico e sviluppatore software, studioso della più antica delle scienze: l’astronomia.
Direttore dell’Osservatorio Astronomico San Marco di Salerno.
https://www.wcubed.it/smao/
Socio fondatore e già Presidente per circa 20 anni del C.A.N.A. di Salerno.
3 asteroidi scoperti e membro del M.P.C. (Minor Planet Center) e dell’A.A.V.S.O. (American Association of Variable Star Observers) e della International Astronomical Search Collaboration (I.A.S.C.)

Giuseppe Nardoianni
link Personal Studies

Predator – Badlands

Cacciatore o preda, il dilemma è antico quanto l’uomo. Ma se sei sempre stato cacciatore e ti ritrovi a dover lottare contro un intero pianeta, come reagiresti?
«Sono entusiasta che il pubblico assista sul grande schermo a un’avventura nella quale farà il tifo per un personaggio per il quale non ha mai parteggiato». È lo stesso regista Dan Trachtenberg, già autore del precedente capitolo (Prey, 2022), ambientato nell’epoca dei nativi americani e co-regista del live-animation Killer of killers (uscito solo pochi mesi fa), ad esprimere il concetto nell’Anteprima Documentario disponibile su Disney+. Detto già della saga (post) arrivata ormai al settimo capitolo, al contrario «Qui non sei il predatore sei la preda», ribadisce il concetto la Synth Thia/Elle Fanning, della famigerata Compagnia Weyland Yutani, la stessa di Alien, per intenderci, ad indicare il legame che diventa sempre più manifesto tra i due franchise, che aiuterà il Predator, nella caccia, per guadagnarsi il ruolo nel suo Clan degli Yautja. L’attrice che aveva esordito da piccolissima nella fortunata serie, prodotta da Spielberg, Taken -insieme alla sorella maggiore Dakota, a sua volta interprete nel riuscito remake La guerra dei mondi (S. Spielberg, 2005), protagonista di quel piccolo gioiello che è Super 8 (J. J. Abrams, 2011), dove il mostro alieno alla fine non è poi tanto mostro, così come il Kalisk, la preda per eccellenza e lo stesso Predator Dek, che gambe in spalla, si trasporta il mezzo busto superiore dell’androide che diventa una sorta di guida-grillo parlante, fino allo scontro finale con la creatura aliena e la sorella di lei, Tessa. Se la trama potrebbe essere tutta qui, sintetizzata, il film in realtà regge su tutta una serie di dualismi e similitudini, con i film precedenti, alcuni davvero interessanti. Il pianeta dei Predator, roccioso e desertico, e il lussureggiante Genna (il luogo di caccia che ricorda quello di Predators), ma molto più pericoloso «dove ogni cosa cerca di ucciderti», il termine curiosamente è simile etimologicamente all’ebraico Geenna: «una valle presso Gerusalemme … simbolo di distruzione eterna e tormento per i peccatori»(AI Overview). L’iniziale scontro tra i Predator, il Padre e i suoi due figli, il maggiore Kwei e Dek appunto, in una rivisitazione quasi biblica; il Padre (Njohrr), ordina al maggiore di uccidere il fratello minore che si rifiuta e viene giustiziato dal padre stesso. Altra considerazione da fare: la trasformazione nel fisico e soprattutto nell’aspetto dei Predator, ad iniziare dal primigenio (J. McTiernan, 1987), che lo stesso Schwarzenegger definisce «un mostro schifoso», passando per i vari look e sembianze dei precedenti capitoli, fino a quest’ultimo dalle fattezze più umane, meno treccine rasta, lineamenti del volto più addolciti e, a differenza degli altri che emettevano solo suoni gutturali e versi da bestie feroci, qui il Predator… parla(1)! La fantascienza ci ha mostrato diverse volte l’alieno parlante, classico esempio è la lingua Klingon in Star Trek, ora l’extraterrestre ha solo fattezze umane, e sebbene il linguaggio sia essenziale per lo sviluppo di una civiltà superiore in questo caso tecnologia, aspetto esteriore dell’alieno e il linguaggio finora non sembravano correre in un’unica direzione.  E se nel primo film, Schwarzy capisce che per contrastare le avanzatissime armi del Predator bisogna tornare all’antico, utilizzando trappole, trabocchetti e un micidiale arco, il tutto costruito con rami e liane, temprate con il fuoco, in Badlands il Predator fa lo stesso, si traveste con la corteccia e usa le armi «organiche» (Wikipedia) che trova in natura (piante letali in particolare), con una velata citazione non soltanto di Avatar (il rapporto con il pianeta stesso) e Aliens 2, per l’uso della suite, l’esoscheletro elevatore, nello scontro finale. Trachtenberg, in pratica riesce nel proprio intento, quello di ribaltare concettualmente luoghi, aspetti e situazioni, nonché il ruolo stesso del Predator e veramente alla fine si finisce per fare il tifo per lui che, stavolta, però non combatte contro gli umani, ma con tutto il pianeta (flora e fauna) e la sua «natura selvaggia e indomabile (che, nda) si ribella allo sfruttamento e alle logiche estrattive delle grandi corporation terrestri»(2). La Weyland Yutany, anche qui muove le fila per le sue losche trame e se nell’ultimo Alien Romulus (F. Álvarez, 2024), sono arrivati ad estrarre dallo xenomorfo un liquido «per dare all’uomo le caratteristiche degli alieni» (come ho scritto nel post), qui la preda più letale dell’universo, viene catturata per studiare le sue incredibili capacità rigenerative, in quanto anche se gli stacchi la testa essa rapidamente si riunisce al corpo. Eliminati tutti gli androidi guidati dall’A. I. (MU/TH/UR, in Alien semplicemente Mother), Dek, Thia e la piccola creatura che si scopre essere un cucciolo di Kalisk, fanno ritorno sul pianeta dove tutto è cominciato e dove tutto viene rimesso in gioco e i vari tasselli trovano la loro giusta collocazione. Attraverso quindi i vari binomi che sono sia dualismi che ossimori si scopre che la «sensibilità è debolezza», ma anche che non sempre ciò che è brutto sia per forza cattivo e che se il Figlio è sacrificabile, anche il Padre a volte lo è, a ribadire che tutto il nostro passato forse è da rivedere, se dopo arriva, con tanto di astronave, la Madre…

 

Note:
1.Il linguista Britton Watkins ha sviluppato per il film un linguaggio scritto e verbale coerente per i Predator (Wikipedia).
2.https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/rassegnastampa/1743685/

Fonti:
https://it.wikipedia.org/wiki/Predator:_Badlands
https://www.fantascienza.com/31147/ecco-l-ultimo-trailer-di-predator-badlands-al-cinema-il-6-novembre
https://www.fantascienza.com/index.php/31235/arriva-al-cinema-predator-badlands-dove-protagonisti-sono-gli-alieni
https://www.fantascienza.com/30999/nel-nuovo-trailer-di-predator-badlands-spunta-fuori-la-weyland-yutani
https://www.fantascienza.com/index.php/30899/dan-trachtenberg-e-pronto-per-un-nuovo-progetto-di-predator
https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/
https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/pubblico/?id=1743715
https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/rassegnastampa/1743685/
https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/rassegnastampa/1743881/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/predator-badlands-il-regista-sul-personaggio-di-elle-fanning-ha-un/n200024/

Credit:
https://www.mymovies.it/film/2025/predator-badlands/poster/0/

The Predator, la saga e…

«Nessuno gli ha mai dato un nome. 1987 Guatemala. Una squadra di corpi speciali andò nella giungla. I migliori sei uomini scelti più un’agente della CIA.
Solo uno ritornò… disse che vennero in contatto con qualcosa. La descrizione era dettagliata (omissis) gli altri furono presi ed ammazzati, uno dopo l’altro».
Questa cruenta citazione è tratta dal film Predators (N. Antal, 2010) terzo in ordine cronologico dell’ormai famosa saga, uscito a ben vent’anni di distanza da Predator 2 (S. Hopkins, 1990), séguito di un vero cult e cioè il primo Predator (J. McTiernan, 1987), quello con A. Schwarzenegger tanto per intenderci (l’unico a salvarsi), dove recitava anche un giovane Shane Black (il primo a cadere sotto i colpi del micidiale cacciatore alieno), co-sceneggiatore e regista di The Predator, uscito da poco nelle sale.
Spietati e letali come Alien, da ricordare i due crossover, Alien vs Predator (P.W.S. Anderson, 2004) e Alien vs Predator 2 (Strause Bros., 2007), ma molto più evoluti e intelligenti, con armi sempre più distruttive, ora riproposti anche potenziati dal punto di vista genetico, grazie all’ibridazione con altre specie, cacciate in ogni angolo della galassia per assicurarsi il miglior DNA e quindi un patrimonio genetico conforme alle loro caratteristiche intrinseche. Due gli elementi da sottolineare, l’ambientazione dei vari film e la forte caratterizzazione dei personaggi. Come detto il primo Predator era ambientato nella giungla e i protagonisti erano un gruppo omogeneo di soldati.
Nel secondo Predator si passa alla giungla urbana di una Los Angel sotto il controllo dei signori della droga. Il cacciatore alieno miete vittime da tutte le parti: poliziotti e spacciatori, criminali e agenti speciali. In Predators siamo ancora in una giungla, ma i malcapitati, un gruppo stavolta eterogeneo di soldati mercenari, condannati a morte e serial killer viene paracadutato su un diverso pianeta, la riserva di caccia dei Predator. Nel film di Black, un fanta horror con dettagli splatter, assistiamo ad un mix tra giungla (dove avviene una sorta di Ufo Crash, una futuristica astronave, che ricorda quasi quello di Roswell, 1947) e la città, dove stavolta agisce addirittura un Super Predator, alto quasi tre metri e mezzo, giunto sulla Terra per eliminare il primo Predator precipitato all’inizio. In tutta la saga c’è un altro filo conduttore, uno dei classici stereotipi della fantascienza, eroe maschile a parte, anche le donne qui fanno la loro parte.
Nel film dell’87 era una tenace guerrigliera, nel seguito, il secondo della saga, una tosta poliziotta, nel film di N. Antal (Predators), c’era una sniper delle truppe speciali statunitensi e in quest’ultimo una biologa che, smesso rapidamente il camice bianco, maneggia qualsiasi tipo di arma, ricordando a tratti la coraggiosa tenente Ellen Ripley (S. Weaver) di Alien.
Nel film di Black, che possiamo definire politicamente equilibrato, c’è di tutto: l’eroe è affetto da DPTS (Disturbo da stress post-traumatico), i suoi compagni per caso, sono uno più pazzo dell’altro, uno di loro è affetto addirittura dalla Sindrome di Turner, una malattia genetica molto rara, un’anomalia cromosomica, che colpisce esclusivamente le donne (ma qui è un uomo), infine il bambino autistico figlio dell’eroe, ma vero protagonista della storia. E la biologa? Essendo la prima della lista a dover essere interpellata in caso di “primo contatto”, è scortata in una base segreta dove è in atto il Progetto Stargrazers (grazers=erbivori), nome strano, ma non tanto come vedremo. Lì, per la prima volta vede l’alieno e lì scopre che i Predator, hanno un particolare codice genetico, composto anche da tratti di DNA umano! Com’è possibile? È possibile attraverso un “fenomeno” o “processo” definito Metilazione che è una modificazione epigenetica, «che si occupa dei cambiamenti che influenzano il fenotipo senza alterare il genotipo» (Wikipedia), del DNA. «Il genoma dei mammiferi è quasi del tutto metilato, a eccezione di alcun zone (omissis) ed è un fenomeno che interviene nel controllo dell’espressione genica, nell’inattivazione del cromosoma X (ecco il perché della Sindrome di Turner, nda), nella struttura cromatinica e nell’imprinting genomico» (Wikipedia).
Mammiferi, come ad esempio la pecora, che è un erbivoro, e che potrebbe, secondo studi alternativi aver subito anticamente un fenomeno identico tenuto conto che è l’unico animale al quale cresce il pelo all’infinito! Come a noi umani crescono i capelli… Chi ha permesso ciò? Solo la natura, visto che la scienza parla di stranezze, anomalie, scherzi della stessa, persino di eventi sfortunati? Come l’autismo? Una malattia, come tante altre oppure «una nuova tappa nell’evoluzione»? Intanto il bambino è l’unico a capire la tecnologia del Predator, facendo funzionare armi, computer e il casco, con il quale inavvertitamente chiama l’astronave dando inizia ad una vera caccia del Super Predator nei confronti del Predator. Quest’ultimo contrario al fatto che la sua specie vuole impossessarsi dell’intero pianeta, perché il cambiamento climatico potrebbe, nell’arco di un paio di generazioni, portare all’estinzione della razza umana e quindi, dando un’accelerata, modificare la Terra e rendendola adatta alle loro esigenze, ma salvando i tratti del nostro DNA, utili al loro scopo. Il bambino diventa l’obiettivo primario, con il suo particolare patrimonio genetico, rapito e portato sull’astronave-Arca. Quasi come se fossimo «alla fine dei tempi». L’Apocalisse.
E qui i concetti cominciano a farsi molto interessanti, più di quanto dicano espressamente le sinossi dei vari lungometraggi. Se è proprio in questo film che gli viene assegnato il nome perché «più fico», non tutti sanno che in realtà i Predator appartengono alla specie aliena (immaginaria logicamente) degli Yautja, inoltre un sito specializzato «li pone al terzo posto nella lista dei dieci alieni cinematografici più spaventosi, e fra le dieci razze aliene meglio riuscite, mentre la comunità scientifica ha nominato il ragno oonopide Predatoroonops yautia in onore della specie»(1). Personaggio creato dai fratelli Jim e John Thomas, ha avuto una difficile gestazione fino a quando nel progetto fu coinvolto il pluripremiato e rimpianto Stan Winston (suoi infatti gli effetti speciali per i sequel di Alien e Terminator, Jurassic Park, Avatar ecc.) che ne fece un vero character, ispirato da un quadro di Alan Munro raffigurante un guerriero dal forte look rastafarianesco. «Predator 2 fu il primo a mostrare l’interno di una nave Yautja, il cui disegno fu ispirato dall’architettura azteca e maya»(2). L’apice di tale concetto viene raggiunto nel primo crossover (Alien vs Predator) dove a centinaia di metri sotto l’Antartide, i protagonisti scoprono una piramide costruita secondo le conoscenze delle civiltà egizia, cambogiana e azteca, confermando in tal senso tutta una letteratura di frontiera che afferma che la nostra civiltà è stata fortemente influenzata dagli extraterrestri, e non solo a livello architettonico (le piramidi, ecc.).
Ancora più sorprendente è il termine utilizzato nel romanzo di John Shirley, dal titolo Predator: Forever Midnight, che identifica gli Yautja con la frase “Hish-qu-Ten” cioè “popolo che si impadronisce di territorio”(3). Non sono riuscito ad appurare con certezza a quale lingua appartenga la frase, sembra un misto fra l’ebraico (la scrittura) e il cinese (la fonetica), ma se facciamo finta che sia ebraico allora è possibile fare dei parallelismi, spero abbiate capito, con La Bibbia!
Premesso che il Rastafarianesimo è una vera fede religiosa quasi erede del Cristianesimo, e che «riveste una certa importanza nella tradizione della Chiesa ortodossa d’Etiopia a cui tutti i rasta fanno riferimento (omissis) è fondata sull’esempio e la predicazione (del suo fondatore, nda) Hailé Selassié I»(4). Il popolo (che popolo non era e non era nemmeno una tribù), ma un semplice clan familiare capeggiato da Giacobbe figlio di Isacco, il cui secondo nome era Israele (e da qui la confusione, nda) che, con la guerra, riuscì a conquistare solo dei piccoli pezzi di territorio con l’aiuto di Yawhew. Ora se consideriamo il termine “hish” un nome collettivo (popolo), ancora in ebraico “ish” semplicemente significa “uomo”.
Yawhew, l’Elohim (plurale) fatto diventare “Dio”, viene definito: “ish milchamàh” (Esodo 15,3), letteralmente “uomo di guerra”. Uomo. Non Dio. Probabilmente c’è più (fanta)scienza nel nostro passato che nel nostro immediato futuro.

Nota dell’autore:
Dove non specificato le citazioni sono tratte dal film.

Note:
1. https://it.wikipedia.org/wiki/Yautja
2. idem
3. idem
4. https://it.wikipedia.org/wiki/Rastafarianesimo

Fonti:
1. https://it.wikipedia.org/wiki/Yautja
2. https://www.comingsoon.it/film/the-predator/54399/recensione/
3. https://www.mymovies.it/film/2018/predator/
4. http://www.fantascienza.com/24049/the-predator-e-nelle-sale
5. https://it.wikipedia.org/wiki/The_Predator_(film)
6. Wikipedia

Credit: immagine tratta da https://www.mymovies.it/film/2018/predator/poster/1/

Un titolo profetico?

Il Manifesto del 26 settembre scorso ha titolato, a caratteri cubitali (come da foto), in prima pagina, l’articolo scritto da Luca Celada, con una sola parola densa di significati: L’extraterrestre, con questo termine è stato infatti definito Papa Francesco. L’intuizione di chi ha scelto il titolo, se guardiamo come al solito da un’altra prospettiva il concetto che è dietro la voce “extraterrestre”, secondo me, potrebbe essere più che veritiera e azzeccata. Certo la visita del Santo Padre negli Stati Uniti (e ancor prima a Cuba), oltre ad essere stato un bagno di folla, è stato un vero successo che ha travalicato, e di molto, l’aspetto meramente socio-politico, e può essere tranquillamente definito, quasi spirituale.
Nelle visite al Campidoglio e più particolarmente a Ground Zero nella preghiera interreligiosa il Papa ha raggiunto un livello tale da sbriciolare tutte le perplessità, se mai ci fossero state, sul significato e sui concetti espressi in entrambe le occasioni, una «vera strigliata ai potenti della Terra».
Volendo fare il pignolo e andare a trovare il pelo nell’uovo, secondo me la cerimonia però, non è stata come si usa dire adesso politically correct, in quanto mancavano i rappresentanti e gli esponenti dell’unica e sola religione indigena, quella appunto dei nativi americani.
A differenza di quella organizzata da San Giovanni Paolo II ad Assisi nell’ottobre del 1986, dove invece proprio i nativi americani furono i più apprezzati.
Ma non starò qui a parlare di ciò che S.S. ha espresso concettualmente nei suoi discorsi negli States, in quanto la maggior parte di essi sono tratti dalla sua Enciclica Laudato si’ di cui ne abbiamo parlato nei due post precedenti dove ho cercato di estrarne i concetti più importanti. Come detto quindi proviamo a leggere tra le righe il viaggio di Francesco oltreoceano. Luca Celada scrive, infatti: «Fran­ce­sco si è rivolto con un discorso in spa­gnolo più inci­sivo ancora di quello fatto a Washing­ton, in cui ha riba­dito un rin­no­vato ed effet­tivo impe­gno diplo­ma­tico della santa Sede negli affari tem­po­rali del mondo che rap­pre­senta un nuovo corso e una sostan­ziale novità poli­tica cer­ta­mente rispetto alla ammi­ni­stra­zione Ratzin­ger».
Come ormai tutti sanno, il Papa appartiene all’ordine dei Gesuiti, da tempo depositari di un’enorme cultura e attualmente gestiscono la Specola Vaticana, l’istituto cioè che si occupa dell’osservazione dello spazio, con a capo Padre Gabriele Funes, apertamente convinto della non unicità dell’uomo nel Cosmo. Il saluto del pontefice che termina ogni suo Angelus con la frase «pregate per me» (come se dovesse assolvere a chissà quale gravoso compito) e l’apertura del prossimo Anno Santo Straordinario può, alla luce di quanto detto, far pensare che quindi potremmo essere alla vigilia di una svolta epocale, a qualche evento di portata storica per un’umanità oggi completamente alienata.
Infine, l’assemblea generale delle N.U. ha dichiarato dal 4 al 10 ottobre prossimo la Settimana Mondiale dello Spazio per celebrare, tra le altre cose, il miglioramento della condizione umana creando così un evidente fil rouge con i vari discorsi del Papa. Allora siamo vicini al disclosure e all’ammissione della realtà extraterrestre?

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