«Quanto è inappropriato chiamare questo pianeta Terra quando è chiaramente Oceano!».
Questa frase, attribuita ad Arthur C. Clark padre di “2001”, è la tagline del film diretto da L. Leterrier e scritto da M. Robinson, disponibile su Netflix e apripista di altri due film catastrofici, in grado di far alzare la temperatura – si spera non letteralmente – degli appassionati del genere, con film come La fine di Oak Street (12 agosto) e soprattutto The Dog Stars (26 agosto), diretto da un maestro della FS cinematografica qual’è R. Scott.
Home Sweet Home. Casa dolce casa, quante volte l’abbiamo detta e ridetta questa frase, ma è proprio così o perlomeno, è sempre così? Sicuramente non lo hanno minimamente pensato i protagonisti, in un’ottima prova attoriale, la famiglia formata da padre, madre e due figli, maschietto e femminuccia, ad identificare quello che era il tipo classico.
Ma come in ogni film del filone catastrofico, quando arriva la tempesta «tutti si ricordano dov’erano», e ancora «un giorno tutto questo finirà, vedrai», una sorta di profezia fasulla, diventata quasi un tormentone per le opere di questo genere. L’interessante del genere apocalittico o post apocalittico forse non è il finale ma capire come tutto ha inizio e, a differenza di altre opere dove il terrore sale poco alla volta, qui, nell’opera di Leterrier la «suspense promette di dare ritmo e intensità a una storia che unisce thriller psicologico e fantascienza»(1), difatti all’ora di colazione, il momento dove ci si prepara insieme ad affrontare la routine quotidiana, la porta d’ingresso non si apre, come pure le finestre ed è impossibile persino rompere i vetri, poi cade la rete internet e stranamente c’è anche la scelta registica di non comprendere l’uso del cellulare e la comunicazione con i vicini è, per quanto possibile, scrivendo cartelli.
Per certi versi, l’opera del regista, a tratti spiazzante, perché la casa «diventa una trappola e un rifugio»(2). La pioggia che cade incessantemente, con lampi che sembrano emanati da un energia altra, diversa e che porta i protagonisti a formulare varie ipotesi, infatti le precipitazioni formano una sorta di barriera creata però da acqua di mare… «Qualunque cosa ci tiene chiusi qui dentro, non è opera dell’uomo» sentenzia il protagonista. Ma anche: «Oggi ho visto qualcosa là fuori…», dice la bambina, «e se là fuori qualcosa ci tenesse intrappolati?». Inoltre, quando arriva la parolina magica, gli “alieni”: «perché ci chiuderebbero nelle nostre case?», in particolare «perché dovrebbero rinchiuderci per sempre?». Il concetto di porta chiusa, è uno stereotipo dei film di FS e horror, film come Non aprite quella porta (T. Hooper, 1974) o Quella villa accanto al cimitero (L. Fulci, 1981), ma anche Signs (M. Night Shyamalan 2002), con l’alieno chiuso nel ripostiglio, non si comprende appieno il perché di questo espediente, sebbene la famiglia protagonista e quelle del vicinato sono tutte nella stessa situazione, ed «era molto facile sentirsi soli».
Gli autori, regista e sceneggiatore, per creare una situazione di emergenza e di sopravvivenza, come è d’obbligo ultimamente per la fantascienza speculativa, si sono avvalsi della consulenza di Megan Hine esperta di sopravvivenza rendendo coerente il passare del tempo con le esigenze di una trama, «all’interno di una cornice sovrannaturale»(3), per niente leggera e dei protagonisti che si evolvono insieme ad essa. Di conseguenza passano i giorni, le settimane e i mesi, molti si arresero o morirono di fame come afferma la voice over della bambina, nel frattempo diventata adolescente dopo ben 5 anni e «il mondo esterno» è diventato «strano e pericoloso»; vi ricorda qualcosa?
Primo dilemma, abbastanza elementare, mentre sale la tensione, si alza l’asticella della visione, se lo guardiamo da un’altra prospettiva: il mondo che cade in rovina; la natura, flora e fauna, che si riprende il suo naturale predominio, relegando l’uomo nell’unico posto NON sicuro, la propria casa, dalla quale cercano di scappare. Solo la moglie riesce a uscire — la mano che si vede nel poster — dal comignolo per cercare le medicine per la figlia che si è ferita, il camino, una sorta di falla, un tunnel come una backdoor, per uscire dall’incubo. E questo porta alla domanda delle domande: Come ci comporteremmo se la situazione mondiale attuale dovesse peggiorare? Sapremmo esattamente cosa fare? Non può bastare razionare l’acqua, il cibo (i coniugi tolgono le assi del pavimento ad una stanza al piano terra e improvvisano un piccolo orto con le poche risorse rimaste); dove prenderemmo l’energia elettrica, la benzina (l’uomo cerca di sfondare la porta del garage invano), i medicinali, come detto, ma soprattutto se questi non dovessero bastare, perché c’è bisogno di un intervento pur banale come può essere una fastidiosa appendicite, ci opereremo da soli? Questa non è fantascienza, ma il saper far fronte alle esigenze che la realtà ci pone davanti.
Quindi quando «Arriva qualcosa…» (10 Cloverfield Lane, D. Trachtenberg, 2016), devi essere in buona salute, anzi in ottima salute, forse addirittura una salute da supereroi, per cercare di uscirne indenni. Per quanto riusciremo a resistere? L’amara verità, si affaccia poco alla volta, ma è inesorabile, in tutti i sensi: «Non siamo più noi al timone di questa barca!». «Loro sono qui». Ancora una volta: chi sono Loro? Tornando al concetto di “Oceano”, «dimostra che non ci sono solamente cose che non sappiamo: ci sono cose che non possiamo sapere»(4). La ragazzina espone la sua opinione parlando di «creature mitologiche, creature marine», ed è plausibile che, siccome non conosciamo l’80% dei fondali (dal film), probabilmente vengono da lì, quindi «questo è il loro mondo» con la loro tecnologia che permette di mettere sotto controllo intelligente l’acqua del mare, — ecco il perché della pioggia incessante — con la quale controllano tutto.
Il regista francese, attinge a piene mani ad opere come la serie The Swarm – Il Quinto Giorno (qui il post) e soprattutto a The Abyss (J. Cameron, 1989) per la provenienza, dagli abissi, degli esseri e per il fatto che anche i tecnici sono rinchiusi nella piattaforma sottomarina, impossibilitati a uscire, come la famiglia nella casa, ma non per l’aspetto delle creature: Cameron le immagina, come eteree, diafane, empatiche e buone. Nella pellicola in questione invece ci troviamo di nuovo di fronte al solito “mostro alla finestra” e ancora una volta sottolineo il fatto che ciò che noi percepiamo come orrendo se possa o meno, creare una civiltà tecnologica, visto che emettono solo versi orribili, apparentemente senza un linguaggio compiuto.
Stavolta non svelerò il finale, con il classico colpo di scena, la Guerra DEL Mondo, è cominciata, mi limiterò a spiegare il tutto con una semplice metafora, una mia modesta opinione che sintetizza la visione e il significato del film con l’amara realtà che ci circonda, senza «un’attimo di pietà», perché l’orrore inizia sulla soglia, appena esci dalla porta di casa…
Note dell’Autore:
Dove non specificato le citazioni sono tratte dal film.
Le URL sono state lette e salvate prima dell’uscita del film.
2.https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/video/2026/06/16/trailer-the-last-house-film-horror-1105546
3.https://www.awardseasonblog.it/anteprima-the-last-house-greta-lee-wagner-moura-netflix
4.https://ilzinefilo.wordpress.com/2019/02/20/coherence-2013/
Altre Fonti:
https://www.fantascienza.com/31917/fantascienza-cinema-e-tv-in-arrivo-in-agosto-coi-nuovi-film-di-abrams-e-scott
https://www.fantascienza.com/31802/the-last-house-ad-agosto-su-netflix-un-nuovo-claustrofobico-sci-fi-thriller
https://www.comingsoon.it/film/the-last-house/68994/scheda/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/scusa-posso-uscire-ecco-il-trailer-di-the-last-house-nuovo-thriller-di/n225015/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/the-last-house-netflix-svela-data-d-uscita-e-prime-immagini-del-thriller/n222005/
https://www.ilcineocchio.it/cinema/the-last-house-il-trailer-del-thriller-netflix-dove-nessuno-puo-uscire-di-casa
Credit:
https://www.awardseasonblog.it/anteprima-the-last-house-greta-lee-wagner-moura-netflix/
Una premessa di partenza abbastanza semplice ma, allo stesso tempo, inquietante: una famiglia si ritrova improvvisamente prigioniera della propria casa, mentre fuori una pioggia apparentemente normale nasconde una minaccia incomprensibile. Le risorse diminuiscono, il mondo esterno sparisce e la sopravvivenza si trasforma in una lotta contro qualcosa che nessuno riesce a comprendere del tutto.
Di certo uno scenario interessante per chi ama i misteri legati all’ipotesi extraterrestre e al filone del catastrofismo. La minaccia infatti non viene presentata soltanto come un disastro ambientale: dietro l’evento emergono creature e fenomeni che sembrano appartenere a una dimensione completamente diversa. Si tratta di una sorta di invasione senza astronavi, senza eserciti e senza spiegazioni immediatamente comprensibili.
Si tratta di una delle paure più antiche espresse dalla fantascienza: e se ciò che consideriamo come catastrofe naturale fosse in realtà qualcosa di intelligente, sconosciuto e proveniente da fuori dal nostro mondo?
L’analisi psicologica del trauma dell’isolamento e della progressiva perdita di certezze si sposa in maniera abbastanza fluida con la seconda metà il film che è invece più esplicitamente fantascientifica.
Sul confronto tra queste due parti si potrebbero aprire molti dibattiti, sia dal punto di vista stilistico che ideologico ma rimane il fatto che The Last House è comunque interessante per le domande che lascia aperte: stiamo assistendo a un’apocalisse naturale, a un’invasione extraterrestre o a qualcosa che sfugge completamente alle categorie con cui interpretiamo la realtà?
Domande che sembra appartengano al copione del film ma che, in realtà, sono estremamente attuali e intensamente vissute giorno dopo giorno, almeno da parte di chi si sta accorgendo, o si è già accorto, che qualcosa la fuori non sta andando come dovrebbe.