Archives for : Prot

Creature luminose

La fantascienza esplora l’impatto di scienza, tecnologia e futuro sulla società e sull’individuo, fondendo elementi fantastici con concetti scientifici plausibili, utilizzando mondi alternativi o viaggi nel tempo per riflettere sulle grandi, esistenziali, domande dell’essere umano. Quest’ultimo, in pratica è sempre il focus su cui in un certo senso si basano appunto le storie che escono dalla fervida mente degli autori: scrittori, registi, ecc. È facile parlare di fantascienza quando si prendono in considerazione opere che dichiaratamente esplorano tali concetti, lo è molto meno quando bisogna speculare su altre dove non è facile vedere subito l’aspetto narrativo che unisce fantasia e scienza. In passato, sono già ricorso a tale espediente usando, per descrivere la situazione in epoca pandemica, il film Il domani tra di noi (H. Abu-Assad, 2017) che, se ci fate caso descrive, sintetizzando proprio l’essenza della FS stessa: il domani, cioè il futuro e il rapporto fra gli esseri umani, il tra di noi; ma l’aspetto più significativo è quando avviene l’incontro tra l’uomo e un alieno o un’altra creatura intelligente.
È ciò che accade nel film Creature luminose, disponibile su Netflix, diretto da Olivia Newman e tratto dall’omonimo romanzo bestseller di Shelby Van Pelt. «È sorprendente, infonde speranza. È un omaggio alla vita, alle creature e al legame che gli esseri umani hanno con le creature»(1). Anche se il titolo possa sembrare quello di un film di Science Fiction perchè “creature”, è un sinonimo per alieno, extraterrestre o E.B.E. (tecnicismo esatto per Entità Biologica Extraterrestre), mentre con “luminose” si definiscono esseri che sono fatti di pura luce, come gli alieni di Segnali dal futuro (A. Proyas, 2009), oppure meglio definiti in ufologia, come “Lux” (in grado di parassitare gli umani). Nel film della Newman la creatura è un intelligentissimo polipo di nome Marcellus (=“piccolo Marte” o “giovane guerriero”) che vive nella vasca di un acquario e da lì assiste alla vita che si svolge da quest’altra parte del vetro, stringendo, se così si può dire, un particolare legame con un’anziana inserviente (la bravissima Sally Field, due volte premio Oscar) e un giovane uomo tornato in città per trovare le sue radici. L’opera della regista, richiama film come Arrival (D. Villeneuve, 2016), anche qui infatti le due specie sono separate da un vetro, che divide i due mondi e l’aspetto degli eptapodi ricordano molto da vicino Marcellus (con otto tentacoli), che consapevole della propria condizione di cattività sostiene che la vita in mare è pace e silenzio. Impossibile non citare altre pellicole come The Abyss (J. Cameron, 1989), ma anche La forma dell’acqua (G. del Toro, 2017); con le sconcertanti esternazioni del polipo che definisce la nostra razza come inferiore e insulsa perché forse, quasi sicuramente, è stato commesso «un errore di progettazione». La trama segue un percorso in crescendo, affinando le personalità dei personaggi umani, ma anche di Marcellus che, sebbene vede il mondo dalla vasca dell’acquario considera che ci sono cose che vanno «al di là della comprensione umana». Cosa è possibile estrapolare a questo punto? La prima, ovvia, è come ci comporteremmo noi umani se dovessimo trovarci di fronte un’altra specie intelligente? Non solo, ma due civiltà intelligenti possono convivere sullo stesso pianeta? In altre parole, sebbene la maggior parte delle specie si sono estinte, tenendo presente le 5 grandi estinzioni di massa, i fossili, ecc., i mammiferi che in media vivono 1-2 milioni di anni prima di estinguersi o evolversi, si ipotizza che siano esistite circa 5 miliardi di specie in tutta la storia della Terra(AI Mode). E qui i dubbi e le perplessità aumentano, tenendo presente che il nostro pianeta si è formato all’incirca 5 miliardi di anni fa, perché specie molto più antiche della nostra, come gli squali presenti sulla Terra da 450 milioni di anni, cioè da molto prima dei dinosauri non si sono evoluti, nei termini di una civiltà intelligente e tecnologica? E se parliamo di evoluzione è solo il caso che la razza umana, esclusivamente, ha avuto durante il suo arco vitale diversi “sbalzi evolutivi”, senza ipotizzare un intervento esterno? Quante umanità potrebbero essere esistite? È doveroso inoltre considerare l’intelligenza di altri mammiferi come i delfini che alcuni considerano estremamente intelligenti (ed è risaputo che oggi vengono utilizzati per scopi militari) o le balene e quindi come non menzionare il bellissimo Star Trek IV – Rotta verso la Terra (L. Nimoy, 1986). Una sonda aliena (una delle astronavi più credibili di tutta la FS), arrivata dalle profondità del cosmo, per parlare appunto con le Megattere per sapere come sono andate le cose sul nostro pianeta, senza tener in nessun conto la razza umana, avviando anzi un processo di distruzione ambientale, e questo di fatti suggerisce l’intervento esterno.
Se, invece facciamo riferimento oltre al regno animale, anche il regno vegetale, la famosa Cosa del film omonimo (C. Nyby, 1951), è una sorta di super-carota aliena schiantatosi con il suo Ufo nei ghiacci del Polo, con la spiegazione dello scienziato che afferma che sul pianeta dal quale l’essere proviene, lo sviluppo intelligente ha premiato il regno vegetale e non animale. E qui nasce un nuovo interrogativo: come deve essere fatto, in termini funzionali un essere per evolversi e arrivare alla fase tecnologica? L’antropomorfismo solitamente si riferisce all’attribuzione di caratteristiche umane a ciò che non è umano. Tuttavia, le peculiarità fisiche comportamentali e l’anatomia che definiscono l’essere umano sono, principalmente: il Bipedismo obbligato, camminiamo stabilmente su due gambe; il Pollice opponibile, permette la presa di precisione e l’uso di strumenti; il Cervello voluminoso, rapporto massa cerebrale/corporea molto elevato; infine la Postura eretta, colonna vertebrale a forma di “S” per scaricare il peso(AI Mode). In questo modo l’uomo è riuscito ad evolversi, ha sviluppato un linguaggio, lo ha reso in forma scritta, l’uso di strumenti ha favorito lo sviluppo tecnologico, che lo hanno portato a poter guardare alle stelle, dove forse è possibile che solo nella nostra galassia, secondo diversi addotti potrebbero esserci più di 400.000 specie diverse di homo sapiens! Marcellus, come detto è simile agli eptapodi (sette tentacoli), di Arrival, ma la FantaScienza ci ha mostrato anche altro: dal classico mostro xenomorfo di Alien, a Predator che quantunque sia un esemplare di una civiltà tecnologicamente evoluta è pur sempre un “mostro” e solo nell’ultimo capitolo, oltre alla lingua scritta mostra anche una sorta di linguaggio. Ma mostro, secondo i nostri standard, lo è anche l’alieno di Super 8 (J.J. Abrams, 2011), che da un’accozzaglia di oggetti riesce a costruire l’astronave che lo riporterà a casa, empatico come gli alieni di Spaceman (J. Renck, 2024) e Project Hail Mary (P. Lord e C. Miller, 2026).
In conclusione, per Marcellus, l’essere umano, sembra mostrare un «deficit delle capacità comunicative», che vista la situazione attuale dell’umanità, è drammaticamente palese: «gli umani sono per lo più noiosi e maldestri; ma talvolta, riuscite ad essere creature estremamente luminose». Magra consolazione perché, parafrasando Prot in K-Pax (I. Softley, 2001), oggi il nostro futuro è quanto mai incerto.

Fretta, fretta, fretta, maledetta fretta

«No, non ho detto gioia, ma noia noia noia, maledetta noia», così cantava il grande Franco Califano (1976), e chissà se a scriverla adesso non avesse cambiato il testo e la parola che, forse sta alla base della nostra, precaria, situazione attuale, la fretta. Solo pochi secoli fa Galileo Galilei affermava che «Eppur si muove», in realtà «il mondo gira nello spazio senza fine» (J. Fontana) alla velocità di circa 1670 km/orari (all’equatore), anche se noi non ce ne accorgiamo, ma abbiamo tutti la netta sensazione che “il mondo” inteso non in termini astronomici, viaggi a velocità assai più elevate: da fantascienza! Nel terzo film della fortunata saga di Ritorno al futuro (R. Zemekis, 1990), quando i protagonisti, Marty McFly e Doc Brown, intrappolati nel vecchio west perché impossibilitati a far funzionare il motore della DeLorean (la macchina del tempo), e quindi non potendola portare autonomamente a raggiungere le 88 miglia orarie utili per compiere il salto temporale, pensano quindi di farla spingere da una locomotiva. Purtroppo però alla fine del 19° secolo i treni non erano ancora così veloci, Marty chiede al macchinista se fosse possibile portare la locomotiva, per essere sicuri, a 90 miglia orarie, questa la laconica risposta: «90? Dannazione figliolo, ma chi può avere mai tanta fretta».

Tim Robbins nell’iconica scena
tratta da Le ali della libertà

Nel film Le ali della Libertà (F. Darabont, 1994), nella lettera che Brooks scrive ai suoi amici, dopo aver ottenuto la libertà condizionata, esprime la sua intenzione di «andarsene», in quanto avendo passato tutta la sua vita in carcere, a cosa può servire «un avanzo di galera» per di più «istituzionalizzato», tanto da non adeguarsi alla vita da uomo libero, dice loro: «miei cari amici, è incredibile come vadano veloci le cose qua fuori, ricordo che una volta quando ero ragazzo vidi una macchina, ma adesso sono dappertutto, sembra che all’improvviso il mondo abbia una grande fretta». Sarà forse la nostra, la fretta di arrivare all’autodistruzione?

A un passo dal baratro
In Ultimatum alla Terra, il remake diretto da S. Derrickson (2008), il dialogo tra l’alieno Klaatu -giunto sulla Terra per salvarla da noi umani e lo scienziato premio Nobel, lo possiamo dividere in due parti:

«Ma non avete una tecnologia che possa risolvere questo problema?» (in questo caso la crisi ambientale, nell’originale di R. Wise del 1951, in piena guerra fredda, era l’olocausto nucleare, nda).
«Il problema non è la tecnologia, il problema, siete voi, vi manca la volontà di cambiare».
«Ci aiuti lei a farlo».
«Non posso, è la vostra natura, trattate il mondo come vi trattate fra di voi».
«Ma vede tutte le civiltà hanno il loro momento di crisi, prima o poi».

Quindi potrebbe essere questo il momento cruciale, il «punto di non ritorno» -per citare ancora Ritorno al futuro, che ora, adesso, la nostra civiltà sta vivendo? Potrebbe essere davvero il classico inizio della fine? La seconda parte del dialogo spiega:

«E molte (civiltà, nda), non sopravvivono».
«La vostra si, come?».
«Il nostro sole stava morendo dovevamo evolverci per sopravvivere».
«Quindi solo quando il vostro mondo è stato minacciato, siete diventati ciò che siete».
«Si».
«Beh è lo stesso per noi, lei dice che siamo a un passo dal baratro e ha ragione, ma è solo in quel momento che gli esseri trovano la volontà di cambiare, solo in risposta alla fine, c’è evoluzione: questo è il nostro momento, non toglietecelo, siamo vicini a quella risposta…».

Forse dobbiamo spingerci un po’ più in là, perché siamo ancora «Un pianeta di classe BA-3», cioè «Stadio iniziale di evoluzione. Futuro, incerto». È quanto afferma l’alieno Prot in K-Pax (I. Softley, 2001). Ma se il nostro futuro è incerto, per capire il nostro presente, cosa bisogna fare? Guardare al passato. Mi chiedo spesso come sia stato possibile che in soli 5.000 anni o poco più, cioè da quando il “Dio” dell’Antico Testamento, l’individuo chiamato Yahweh (in Gen. 1, 26 si fa riferimento al termine plurale Elohim), dopo aver “creato” l’Adam (obbligatoriamente con l’articolo, ad indicare una stirpe e non un singolo individuo), ci pose nel Paradiso Terrestre -in realtà l’etimo originale Gan-Eden identifica un “luogo recintato e protetto” -e non aver imparato niente dopo le due guerre mondiali, abbiamo noi sì trasformato il Paradiso nell’Inferno sulla Terra, senza più «nessuna umana pietà» e se lo dice Jena Plissken, uno dei più duri dei film di FS in 1997: fuga da New York (J. Carpenter, 1981), c’è da credergli. Perché «l’istinto a esercitare la violenza e a recare la morte sembra incuneato nei recessi più profondi dell’animo e del cervello umano (omissis) Un’amara riflessione che è difficile non condividere»(1).
In conclusione lo Starman dell’omonimo film (J. Carpenter, 1984) afferma che: «Date il meglio di voi stessi nelle situazioni peggiori», una flebile speranza.
Mentre nel finale del già citato Ultimatum alla Terra, «Come ultimo effetto, tutte le apparecchiature elettroniche e tecnologiche presenti sulla Terra vengono disattivate e tutta la razza umana piomba nel silenzio e nella riflessione»(2), ma forse anche un po’ di paura, non guasterebbe…

 

Note:
1.Pier Luigi Gaspa, introd. in Sergio Toppi, Favola Toscana e altre storie, Edizioni NPE, 2025.
2. https://it.wikipedia.org/wiki/Ultimatum_alla_Terra_(film_2008)

Credits: https://www.cinematographe.it/recensioni/le-ali-della-liberta-recensione-film/

Verificato da MonsterInsights